mercoledì 17 dicembre 2014

Auguri Eunomici!






A tutti Voi




lunedì 1 dicembre 2014

Intervista a Marco Pichetto






Sindaco, ideatore e coordinatore di Veglio CoWorking Project

Gentile Sindaco, prima di raccontarci il vostro interessante progetto, vorrei chiederle di darci una sintetica definizione di co-working.

«Ci sono molte definizioni di co-working, quella che più mi piace è quella che vuole che lo spazio che si condivide per motivi di lavoro sia anche uno spazio condiviso per idee, collaborazioni e, perché no, condivisione di una modalità di vita lavorativa e non solo, alternativa ai classici standard».

Veglio Coworking Project è un progetto molto interessante che ha ricevuto il primo premio al concorso nazionale indetto dalla Convenzione Alpi, nella sezione Progetti per i giovani.
Com’è nato e come funziona?

«Il progetto è nato abbastanza “per caso” nel momento in cui sono venuto a conoscenza del bando indetto dalla Convenzioni delle Alpi nell’ agosto 2011 ed è stata la naturale conseguenza di alcuni elementi/situazioni/esigenze  che c’erano a Veglio, ovvero avere degli spazi vuoti di proprietà comunale e non sapere come utilizzarli, il sentire di dover fare qualcosa per i giovani sia dal punto di vista di aiuti per avviamento al mondo del lavoro sia per il fatto di cercare di contrastare lo spopolamento dei giovani stessi verso altri luoghi e da una esperienza personale di condivisione di spazi lavorativi tra liberi professionisti che avevo avuto negli anni precedenti. 
Dal mix di queste diverse cose è nato il progetto su carta, l’ abbiamo candidato al premio e nel novembre 2011 abbiamo ricevuto la comunicazione ufficiale della vittoria al concorso, da lì, dopo poco più di 1 anno di lavoro tra progettazione definitiva, lavori di sistemazione dei locali, promozione, realizzazione del sito web ed arredamento dei locali, nell’aprile 2013 abbiamo inaugurato gli spazi del Veglio CoWorking Project alla presenza di 3 coworkers che da subito hanno aderito all’iniziativa. 
In breve si tratta di condividere degli spazi lavorativi attrezzati con postazioni da lavoro e cablati con linea internet a banda larga e con sala riunioni ed alcune attrezzature comuni, il tutto gratuitamente per quanto riguarda l’ affitto dei locali e con il solo onere di suddividersi le spese vive delle utenze, tranne la linea web che è garantita gratis dal Comune e dal partner MegaWeb di Biella.
Attualmente ci sono 6 postazioni attrezzate e 5 sono utilizzate».

In Italia, soprattutto nei piccoli centri, è ancora grande il digital divide; di fatto lo Stato non ha, a tutt’oggi, preso una direzione chiara ed efficiente per il sostegno e per lo sviluppo delle tecnologie digitali su tutto il territorio nazionale, che, purtroppo, ha molti gap da colmare e situazioni disomogenee.
Voi avete dovuto fare i conti con il divario digitale?
E se sì, come siete riusciti a superare l’ostacolo?

«Il divario digitale per i piccoli comuni di montagna è molto accentuato, a Veglio ad esempio non arriva la fibra ottica ed i cavi telefonici di Telecom non forniscono banda larga, che però fortunatamente, anche se non copre il 100 % del territorio, ci sono  altri operatori che mandano il segnale Wi-Fi tramite antenne e  che, come nel caso di MegaWeb che è società a prevalente capitale pubblico e gestita da Città Studidi Biella, nonché nostro partner del progetto, garantiscono banda larga Wi-Fi di buona qualità. 
Il Veglio Co Working Project tra l’ altro è stato inserito nei mesi scorsi tra le “buone pratiche” nei documenti di programmazione europea dell’ Agenda Digitale Alpina».

Nel nostro paese è, purtroppo, difficile puntare su progetti innovativi, perché spesso si deve fare i conti con una quasi atavica propensione a prendere le distanze dal nuovo, da quello che può cambiare i parametri e i percorsi canonici verso qualcosa di innovativo o, semplicemente, differente.
Come è stato accolto il vostro progetto dagli abitanti di Veglio e dai potenziali fruitori?

«Il solo fatto che il progetto avesse un nome “non italiano” , in prima battuta non è stato molto compreso, poi, quando lo si è spiegato bene e soprattutto hanno visto i risultati ottenuti, gli abitanti di Veglio ma anche i fruitori, lo hanno accolto molto positivamente, proprio perché è visto come qualcosa che funziona, che si può vedere e toccare e non come un semplice progetto su carta che, come spesso invece accade, rimane un bel libro dei sogni oppure una bella dichiarazione di intenti!».

In tempi di crisi puntare sulla tecnologia e sulla filosofia del downshifting - parola ostica con un profondo significato: nel lavoro mettere al primo posto la gratificazione personale invece del profitto - soprattutto nei piccoli centri, che si stanno depauperando per la mancanza di possibilità e per le distanze dalle grandi direttrici, può davvero rivelarsi una carta vincente per cambiare lo stato delle cose in un’ottica più sostenibile e migliore per tutti?

«Sicuramente sì, di downshifting a Veglio se ne è parlato diverse volte ed ho provato in passato a spingere questa filosofia per cercare di spingere qualcuno a scappare dalle città e rifugiarsi a Veglio per vivere meglio e nel contempo per continuare a lavorare, un paio di casi ci sono stati, ma a volte l’ ostacolo più grande è certamente quello legato alle nuove tecnologie ed alla scomodità di essere lontani dalle grandi arterie autostradali e da ferrovie efficienti».

Negli ultimi anni è sempre più arduo stare al timone dei piccoli comuni, in difficoltà e stretti nella morsa di direttive centrali che, a volte, non facilitano le politiche territoriali, proprio quando, invece, sarebbe importante dare ossigeno alle piccole aree per mantenerle in vita e farle rifiorire.
In un contesto contemporaneo complesso e complicato quanto coraggio ci vuole a dare vita ad un progetto innovativo che di fatto è una vera e propria scommessa?

«Il coraggio è più o meno lo stesso che devi avere per continuare a vivere in questi luoghi di montagna, dove le stagioni fredde sembrano non finire mai e quelle calde sembrano invece essere troppo brevi e dove il primo supermercato è a minimo 10 km! 
La pace, i colori delle stagioni, il suono delle campane delle mucche ed il vicino che vuole fare il baratto tra “pomodori e fagiolini” o che ti porta le uova fresche in cambio di un po' di zucchine, sono invece i lati positivi che ti aumentano il coraggio e ti fanno scommettere anche su progetti molto innovativi e basati sulle nuove tecnologie in luoghi dove tutte queste sembrano non c’entrare nulla, ma è proprio mixando bene tutti questi aspetti, nuovi e vecchi, che possiamo continuare a vivere in un paese come Veglio».

Quali sono i punti di forza e le opportunità del coworking a Veglio?

«Sicuramente il bassissimo costo per gli utilizzatori è un grande vantaggio, così come il fatto di avere la libertà di utilizzare lo spazio assegnato in assoluta libertà, senza vincoli di orari di apertura e chiusura, ognuno ha le chiavi e và quando vuole; altro punto di forza è la sinergia che si può creare, essendo uno spazio piccolo, tra i vari coworkers e di conseguenza possono anche nascere buone collaborazioni. 
È quindi una buona opportunità per chi vuole avviare una nuova attività lavorativa, soprattutto se è alla prima esperienza».

E quali, se ci sono, i punti deboli da migliorare?

«La mancanza di quello che in molti spazi di coworking viene definito il “coworking manager”  o coordinatore, che potrebbe servire nel caso si volessero avviare dei progetti comuni tra i coworkers, magari rivolti alla collettività, o di sviluppo locale. 
La posizione nella quale si trova Veglio, non favorisce l’ utilizzo degli spazi per persone che provengano da fuori zona, oltre cioè un raggio di circa 10/12 km da Veglio».

Infine, quali sono gli obiettivi di Veglio Coworking nel medio e lungo periodo?

«Uno degli obiettivi è quello di mantenere per quanto più possibile tutte le postazioni disponibili sempre occupate, pertanto occorre sempre fare un po’ di promozione al progetto stesso, l’ altro obiettivo è quello di cercare di recuperare dei fondi per poter avviare dei progetti per lo sviluppo del territorio, magari anche solo di promozione turistica e/o in merito a progetti di promozione della residenzialità, nei quali possano lavorare insieme i coworkers, il tutto per fare in modo che a Veglio si possa vivere e lavorare sempre meglio».








                                                                                                                                        

Barbara Saccagno


lunedì 17 novembre 2014

To be or not to be “a prion”: this is the question!








Il termine “prione” (acronimo di Proteinaceus Infective Only particle) venne coniato nel 1982 da Stanley Prusiner, quando lo usò per identificare l’agente infettivo responsabile della malattia di pecore e bovini, la scrapie. Prusiner aveva notato che l’agente infettivo in questione era di natura proteica, non conteneva acidi nucleici ed era resistente all’inattivazione con trattamenti che sono soliti degradare gli acidi nucleici stessi.
La caratteristica principale del prione è l’alta infettività e la capacità di propagarsi mantenendo una specifica conformazione tridimensionale, ovvero di replicarsi mantenendosi fedelmente uguale a sè stesso. Inoltre ai prioni è associato il salto di specie come quello pecora-bovino (Encefalopatia Spongiforme Bovina) o bovino-uomo (Morbo di Creutzfeldt-Jakob).
Dati recenti della letteratura scientifica stanno tentando di categorizzare le proteine responsabili di malattie neurodegenerative, quali la malattia di Alzheimer o il morbo di Parkinson, come proteine prioniche, ma riguardo questo si è aperto un acceso dibattito: proteine quali Aβ o tau hanno davvero tutte le caratteristiche dei prioni?

Tauopathies are a group of neurodegenerative diseases, they are characterized by the formation of tau aggregates, which are insoluble fibers that clog the cell up. 
Alzheimer´s disease (AD) is one of the most devious forms of tauopathy that affects 30 million people worldwide and will affect more than 120 million by 2050
Tau is a microtubule-associated protein that binds and stabilizes the network of microtubules within the cells. Once it is phosphorylated, tau becomes twisted and tangled and its ability to bind to microtubules is reduced, thus leading the entire neuron transport networks up to the collapse. 
Prior studies show that in “test tube experiments” tau has the ability to propagate by adopting specific conformations, which show unique physical properties. In this recent paper, Marc Diamond and collaborators examined the ability of tau strains to self-propagate by maintaining their distinct conformation in living cells and organisms. The authors produced tau fibrils in vitro and used them to seed pathological inclusions containing fibrillar aggregates in the cells. 
They isolated two cell clones that had a specific “phenotypical” morphology and characterized them in depth. 
They noticed that once these clones were injected into naïve cells, they were able to stably propagate their own particular shape of inclusion from mother to daughter cells. Then, they injected transgenic mice with these strains and waited for the appearance of tauopathy. After three weeks, they collected the brains, which underwent both biochemical and histological analysis. 
The authors found that these strains were stably inherited trough multiple generations, maintaining their unique pathological phenotypes.
The conclusion of this study brought Diamond and his collaborators to describe tau as a prion, since, according to them, the protein accounts for all the characteristics of prion strains. 
But what do you think? 
Isn´t this definition risked?

Prions are infectious agent, whereas there is no proof that amyloid proteins are. 
The infectivity of neurodegenerative proteins must be demonstrated if we want the public audience to pick the idea of AD as a “prion” disease, otherwise this concept could be misleading.


Anyway, there is big news in this study!

By demonstrating that tau acts by propagating a specific strain conformation, Diamond and his collaborators try to relate the behavior of this protein to the human disease
In fact, it stands to reason that different tauopathies come with their own “fingerprint” that, if we consider the result of this study, may be highly specific for patients.
Since many drugs fail at the clinical trial stage, we must consider the possibility that therapeutics is ineffective due to differences in tau´s conformers among patients. 
This means that probably the AD pattern is much more complicated than we thought, and that there is still a long way to go to find effective new treatments for AD, but studying the behavior of amyloid proteins is the inevitable process to develop drugs that can turn out to be successful.

Bibliography


Sanders DW, Kaufman SK, DeVos SL, Sharma AM, Mirbaha H, Li A, Barker SJ, Foley AC, Thorpe JR2, Serpell LC, Miller TM, Grinberg LT, Seeley WW, Diamond MI (2014) Distinct tau prion strains propagate in cells and mice and define different tauopathies. Neuron 82: 1271-1288. 

Livia Civitelli, PhD














  
 Università di Linkoping Svezia - IKE

martedì 4 novembre 2014

Intervista a Gianluca Lalli





Cantautore, musicista, scrittore, leader e fondatore Ucroniutopia



Tu sei cantautore, scrittore, fondatore e leader del gruppo musicale Ucroniutopia, cosa significa oggi, nel nostro contemporaneo fuggente, essere un artista?
Dacci la tua personale definizione.

«Domanda difficile ma stuzzicante per un logorroico come me.
Iniziamo col dire che prima di essere un artista bisognerebbe essere un uomo e questo è un percorso ancora più difficile in una società come quella di oggi.
L'artista e l’uomo dovrebbero essere un tutt’uno, cosa che, invece, da parecchio tempo è una rarità, trovo che questo sia un mondo dove il bipolarismo trionfi senza grandi ostacoli
È frequente, ad esempio nell’ambito musicale, che un artista canti una canzone contro il sistema attuale, cioè contro le banche o le multinazionali (“i potenti della terra” per capirci), mentre nella realtà viva in una condizione di benessere materiale invidiabile, conformato perfettamente con la società che critica nei versi, spesso possedendo un conto in banca da capogiro.
Da sempre le arti hanno rispecchiato la società del tempo: questa è un civiltà decadente in tutto ed è anche per questo che l’arte oggi è decadente e l'uomo come tale ancor di più».

La Fabbrica di Uomini, il tuo ultimo disco, è un interessante trama di racconti che si intrecciano nella voce del cantastorie, la tua, per narrare storie che si fondono con la musica in un viaggio senza tempo, si potrebbe dire che si tratti di un esperimento metaletterario teso a fondere la staticità dello scritto con il movimento del ritmo musicale.
Com’è nato il disco e quali sono i messaggi che racchiude? 


«Il disco prende il nome da un racconto, La fabbrica di uomini, di Oskar Panizza, uno scrittore italo americano, dove si immagina una società in cui gli uomini vengono realizzati in un laboratorio.
Questo racconto a mio modo di vedere somiglia molto ad esempio ad un altro romanzodistopico: Il mondo nuovo di Huxley, qui gli uomini venivano creati in provetta.
Il filo conduttore del disco è sempre lo stesso, la disumanizzazione provocata dal finto progresso che in realtà è un regresso a 360°: nell'arte, nel cibo, nell'aria, soprattutto nella testa e nell'anima delle persone.  Lo spirito degli uomini è morto, il grande dilemma essere o avere si risolve oggi con una semplice formula tratta dalla canzone Noi di Ucroniutopia “Dice un proverbio caro al potere, che l’essere sta nell'avere”.
Oltre a questo tema principale della spersonalizzazione ci sono anche altre storie.
Nel disco ci sono 8 brani: il primo è dedicato a Jules Bonnot, l’anarchico francese che rubava ai ricchi per dare ai poveri, una sorta di Robin Hood in carne ed ossa; il secondo è un valzer intitolato La Bomba, liberamente tratto dalla canzone del grande artista francese Boris Vian (autore del celeberrimo  brano antimilitarista per antonomasia, Le déserteur), nella quale si racconta di uno zio che ha la passione di costruire bombe in casa. La canzone è un mix di provocazioni e ironia verso la classe politica che dalla notte dei tempi non ha mai smesso di mangiare sul sangue altrui; poi Ora et Labora, il titolo svela l'ironia e la rabbia verso due caste, quella clericale e quella statale, che si sono arricchite guidando il popolo alla deriva con le loro finte massime del pregare e lavorare sodo, sì ma per loro!; il quarto, Il canto dell''odio, è liberamente tratto dalla poesia omonima di Olindo Guerrini, grandissimo poeta italiano semi sconosciuto, dove si narra di un uomo innamorato perdutamente di una donna che non lo degna neppure di uno sguardo, quando lei muore lui si reca sulla sua tomba per dar sfogo alla sua carica di veleno ed odio, con una poetica durissima che, in realtà, non è altro che il suo cantare un amore infinito; L'Utopista è una ballata che inneggia a seguire l'utopia, qualunque essa sia; il sesto è una canzone speciale perché è stata scritta dal mio amico Claudio Lolli, cantautore bolognese ben noto agli amici sognatori degli anni ‘70 grazie alle sue canzoni (come, ad esempio, Borghesia, Ho visto anche degli zingari felici, Michel e molte altre). La canzone per il mio album tratta il tema della solitudine secondo la “filosofia” lolliana: in questo mondo altamente tecnologico le persone, nei metrò o nei bus o per strada, non alzano più la testa perché sono persi dentro ad aggeggi fatui (telefonini, tablet, etc) che ci illudono di non esser soli, anche se in realtà è il contrario. Io, personalmente, penso che la solitudine sia una conquista ma, di certo, non intendo questo tipo solitudine che oggigiorno pervade le nostre vite; Mezzolitro racconta la storia di un ubriacone perso dietro alle sue canzoni ed al vino che dice, rivolto sempre al solito interlocutore, “sono solo un ubriacone, non sono un assassino”. Il testo è del mio amico cantautore Aleandro Giori; il disco termina con un tributo a Rino Gaetano, una mia versione della canzone Ma il cielo è sempre più blu, ripresa da una registrazione del 2005, quando mi aggiudicai il primo premio, proprio con questa cover, al concorso nazionale dedicato a questo grande autore calabrese.
Insomma è il tipico disco per l’estate!
Direi…acquistatelo».

Hai scelto per il tuo disco la strada della produzione indipendente, perché?

«Per questa interessante domanda userò la risposta breve, perché in Italia, secondo me, ci sono 3 modi per esser pubblicati e vendere: utilizzare i soldi per arrivare; andare avanti grazie alle conoscenze, dire e scrivere fesserie.
In realtà i politici scrivono dei testi bellissimi in questo senso e anche alcuni religiosi non sono da meno, Platone parlava già qualche tempo fa dell'anima dei doppiogiochisti, pensate da quanto tempo certi sistemi funzionano in questo modo.
Comunque, per quanto mi riguarda, ho scelto questa via proprio perché voglio essere fuori da questi circuiti, non voglio che si accaparrino i miei diritti senza darmi nessuna garanzia, in sintesi io non voglio essere preso in giro».

Quali sono i vantaggi che ti offre, ovviamente secondo il tuo personale punto di vista?

«I vantaggi sono praticamente nulli dal punto di vista promozionale ma molto gratificanti dal punto di vista umano e spirituale, perché incontri la gente ai concerti e puoi guardarla in faccia, parlando e ridendo insieme.
In questo modo fai una promozione di presenza, molto figo certo, poi, però, ti rimane il dubbio se sia possibile vivere di umanità e spiritualità quando lo stomaco brontola…».

Ne La Fabbrica di Uomini c’è una splendida canzone, che parla di amori in sospeso e solitudini contemporanee, scritta e musicata dal famoso cantautore italiano Claudio Lolli e da te interpretata, raccontaci com’è nata la vostra collaborazione?

«Delle tematiche della canzone ho già parlato in precedenza, per cui non mi ripeto.
Invece per quanto riguarda storie di vita vissute, ho incontrato Claudio Lolli per la prima volta, intendo a livello professionale, 5 anni fa aprendo un suo concerto in Calabria grazie all’associazione Aspettando Godot di Pino Calautti.
Ero già innamorato delle sue canzoni da ragazzo e lo avevo ascoltato in qualche concerto dal vivo ma, ovviamente, aprire i suoi concerti è stata una grande emozione per me, perché l’ho sempre considerato un paroliere formidabile, molto vicino alle mie idee ed alle mie sensazioni.
Poi, quando mi ha regalato il brano Il grande freddo, incluso nel disco, mi sono veramente emozionato, mi son detto “Cavolo! sto cantando le canzoni di Claudio Lolli, con cui sono cresciuto”.
Nel mio piccolo ho tentato di interpretare il brano secondo il mio personale “sentire”, alla fine sono rimasto soddisfatto del mio lavoro, ai posteri comunque l’ardua sentenza».

Quanto le collaborazioni d’autore possono arricchire il proprio lavoro e la propria professionalità?

«Moltissimo.
Arricchiscono molto sia dal lato umano, sia da quello professionale.
Da soli nella vita non si fa nulla.
In effetti, a pensarci, si può stare anche da soli ed avere sempre ragione credendo che la vita sia questa, si può morire felici anche così…».

Il percorso creativo è un complesso ed affascinante mistero che oggi, a volte, viene svalutato e mercificato a discapito della sua grande potenza energetica e della libertà creativa ed espressiva.
Come nasce, si sviluppa, da dove trae ispirazione il tuo percorso creativo, quale strade segui per arrivare dall’idea alla sua realizzazione concreta?

«La creatività ha poco a che fare con le vendite, è un dono immateriale.
Io credo che in tutte le epoche ci siano stati molti talenti sprecati, perché molta gente che trasforma in mito certi fenomeni della musica, della pittura, della letteratura, in realtà sia indotta a crederlo perché il sistema questo gli propone.
Provate a mettere un violinista di fama internazionale in strada, scommetto che oltre a qualche complimento e 4 spicci tornerà a casa con la pancia vuota e l’orgoglio distrutto.
Dico questo perché è già successo, solo non ricordo chi fosse l’artista che l’ha sperimentato sulla sua pelle.
La mia creatività, forse, è ereditaria, mio nonno scriveva poesie che praticamente erano delle ballate.
Sicuramente essere creativi è un dono, sinceramente non so ancora fino a che punto lo sono, ma credo che sia difficile esser creativi in una società dove il cervello viene spento accendendo la TV, i computer e altre cazzate del genere».

In Italia la Cultura, intesa a 360°, non ha molto spazio e, soprattutto, non ha l’attenzione che merita, seppure sia uno dei punti più forti del nostro Paese, oggi come per il futuro, qual è la tua personale ricetta per dare una decisa e forte spinta in questa direzione?

«Diciamo che io personalmente per cultura intendo ciò che si avvicina alla madre terra, una cultura ormai persa da generazioni e, a parte le rappresentazioni dei nostri lontani antenati, credo che si faccia un torto a chiamare cultura quello che oggi viene proposto.
Posso dire che per me l'unica soluzione è quella in cui ognuno, nel suo piccolo mondo personale, dia un contributo per ritrovare il nostro lato umano perduto, allora, poi, io credo che la creatività e la cultura nasceranno spontaneamente strada facendo.
Forse, la soluzione sta proprio nell'uscire da questa Fabbrica di Uomini?».

Indicaci le 5 regole d’oro per diventare un artista di successo senza perdere mai di vista la propria identità.

«Non Essere Come Gianluca Lalli».


Barbara Saccagno

lunedì 20 ottobre 2014

L'economia sociale: sulla soglia di un concetto importante per tutti


Lesson n. 1

Se dovessi affrontare tutte le ragioni teoriche per cui ci serve l'economia sociale tanto da non poterne fare veramente a meno, sarei costretto a fornire un'impalcatura etico-morale e poi dovrei perorare necessariamente la causa, - la “nuova” causa -, cercando di convincere il pubblico sull'importanza dell'impostazione.




MINESTRA INSIPIDA: NO GRAZIE

Il risultato sarebbe, nella migliore delle ipotesi, uno strano sermone sul valore morale dell'economia sociale: una minestra insipida che non nutrirebbe nessun cervello, nemmeno il mio...

Allora entrerò direttamente in argomento con un esempio che mi sembra molto appropriato: sarà un po' lungo spiegare ma ne varrà la pena, spero.


Allora non occorre allacciarsi le cinture di sicurezza, tanto potete scendere quando volete!



Stamattina sono andato in aeroporto per i miei consueti viaggi di lavoro, avevo il volo alle 07.10 e mi sono presentato al terminal alle 05.50 con il check-in già fatto, foglio intonso, fresco di stampa.

Per chi non lo sapesse, in alcune condizioni, ci si può presentare direttamente ai controlli di sicurezza, senza passare per il cosiddetto “check-in” evitando del tutto la pratica della stampa del biglietto e della consegna del bagaglio, saltando nello stesso tempo la fila più significativa del viaggio
.
CHECK IN/CHECK OUT

Rimango sbalordito dalla fila per l'accesso al volo: mi trovo davanti qualche centinaio di persone che sono tutte lì da tempo nonostante l'orario antelucano.
Il foglio mi si stazzona in mano esattamente come il mio morale.
Parte l'esame coscienziale.




F. B. «C***o, mi sono alzato alle 04.00, abito a 50 minuti di macchina da qui, mi hanno fatto perdere un sacco di tempo al parcheggio, arrivo 1 h e 20, dico 1h e 20 minuti, prima del volo e scopro che praticamente l'ho già perso e avrò un sacco di problemi per tutto questo!».


S. I. «E già, lamentati pure ma guarda che gli altri che sono qui, si sono semplicemente alzati prima di te, prenditela con te stesso che sei lento la mattina!». 


F. B. «Oh mi sono alzato alle 04.00, sono arrivato alle 05.20 al parcheggio ci hanno messo mezz'ora a scodellarmi qui perché hanno aspettato che la navetta fosse piena per fare un viaggio in meno, che vuoi da me?!».

S. I. «Poverino, uno che lo sente potrebbe pensare che non ha fatto nulla che lui è innocente: lo sapevi che c'era gente, dovevi alzarti un'ora prima ancora...»

F. B.  «Alle 03.00! ma sei pazzo!
Per tanto così prendevo il treno!
Scusa, sarei pure arrivato nel pomeriggio bello riposato e non così shakerato già al mattino presto».

S. I. «Sì, bravo commiserati, e adesso cosa farai?
Lo sai che devi andare in fondo alla fila da bravo bambino e non fare il furbo, vero? Non ti azzardare, non ci provare!».

F. B. «Senti, di necessità virtù io: non posso perdere il volo, ho un lavoro che mi attende con almeno 30 persone che mi aspettano.
Non posso semplicemente.
Mi spiace per gli altri ma devo saltare almeno un po' della coda, non dico tutta ma quanto mi basta per arrivare al gate in tempo...”.

S. I. «Che cosa?!?
E vorresti fare quello che fanno tutti?
Vuoi fare il furbo come gli altri?
Sei un mostro!».



A questo punto spengo il circuito della coscienza o del Super-io, che sparisce dalla mia mente con un urlo la cui eco accusatoria mi accompagnerà per buona parte della mattina e semplicemente mi piazzo con aria da santarellino un po' svagato a tre quarti della coda: intendiamoci, mi sento veramente una cacca e odio fare queste cose ma davvero non mi viene in mente una soluzione migliore di questa.




Mi infilo fra due inglesi che lascio accuratamente davanti a me visto lo sguardo assassino del tipo “provaci e sei morto!” e un piccolo gruppo di connazionali rassegnati che mi guardano come il solito furbetto del quartierino: proprio l'alta figura sociale e morale che vorrei incarnare e per la piena identificazione con la quale sono anni che lavoro.
Il Super-io cerca di riaccendere il meccanismo della coscienza, ma io giro la rotella sull'impostazione manuale e gli impedisco di parlare...




ATTENTI AI FURBI


I rassegnati mi sopportano con una pazienza degna di un monaco tibetano; quanto ai due inglesi, - una bella coppia tra l'altro, soprattutto lui, bel volto di mezza età occhi di ghiaccio, mi trapassa con lo sguardo e ogni tanto mi scruta con aria spavalda come a dire:
«Ce l'hai fatta eh s*****o?
Non ti hanno detto nulla ma io ti avrei spellato e messo sotto sale»”
Il Super-io ci riprova, ma io tengo ferma la rotella.

LA VOCE DEGLI ECONOMISTI

Mi guardo indietro e scuoto la testa: davvero non avrei potuto seguire la file e il mio destino a meno di perdere l'aereo.
Mi dispiace veramente per gli altri ma la soluzione che ho trovato è la meno indolore per tutta l'umanità me incluso: io non perdo un'occasione importante e tolgo molto poco agli altri, consapevole del fatto che, se tutti ragionassero così...
Rimetto in manuale e allontano la mano del Super-io che ci stava quasi riuscendo.

Sul depresso andante, penso a cosa direbbero gli economisti.
Riesco a figurarmelo benissimo.
Il classico neo-malthusiano direbbe che siamo in una classica situazione di  sovrappopolamento con troppi player per poche risorse che devono essere distribuite fra molti, l'obiettivo “dare a tutti” è improponibile.
Il neokeynesiano aggiungerebbe che c'è una tara di mercato e che è l'inefficienza dell'organizzazione probabilmente dovuta ad un prezzo del biglietto troppo basso che, a sua volta, impedisce giusti investimenti.




Il neoliberista, d'altra parte, sottolineerebbe che in realtà il prezzo va bene e che si poteva operare una scelta migliore limando i costi di produzione con alcune strategie low-cost.




Qualche osservatore radicale urlerebbe che, ancora una volta, è un difetto di sistema e che, in realtà, qualcuno vuole arricchirsi alle spalle dei cittadini o dei viaggiatori proponendo servizi che non può mantenere veramente, sfruttando la manodopera e i lavoratori, aggirando l'intelligenza del consumatore che viene messo in una posizione difficile in cui non può operare scelte razionali ma solo subire gli eventi.

Quest'ultima dichiarazione mi fa sentire meglio: non è colpa mia, io ho fatto tutto il possibile, neanche quelli che sono qui con me sono colpevoli di nulla, cercano in fondo di prendere solo un aereo e non hanno possibilità di scegliere diversamente.

Facciamo quello che possiamo con gli strumenti che abbiamo: il senso di colpa svapora leggermente.

NON È STATA COLPA MIA!

Se non fosse per questo inglese che, tra l'altro, ha l'aereo pure 10 minuti prima di me e se ne sta serafico in stato paranirvanico senza agitarsi al pensiero di perderlo!

Proprio un inglese doveva capitarmi?
Non poteva essere un levantino o qualsiasi altro con cui un italiano non ha complessi di inferiorità morale?
Mi riguarda beffardo, ma, ad un certo punto, la sua attenzione viene sviata su altri casi umani più gravi del mio: reggo il suo sguardo con un lieve sapore di trionfo.
Gli dico mentalmente, tanto so che mi sente:

«O cittadino della sacra Albione, tu che giudichi tutto con la rettitudine morale arrivata a te da generazioni di ottimi cittadini, tu mi guardi come un essere subumano ma allora come consideri gli altri?
L'hai vista quella stangona mora, stile fotomodella che dal fondo della fila è saltata in cima con aria da “adesso passo io e guai a chi mi dice qualcosa”?
Non ti sembra uno di quegli agenti della CIA che potrebbero farti fuori con una mossa di “kissà kuale arte marziale”?

Che mi dici degli “splendidi che entrano in palese ritardo nel terminal e decidono istantaneamente che loro la fila non la faranno mai e si infilano direttamente in cima?

Cosa speculare moralmente su quell'intera scolaresca che, rimasta fregata come tutti, viene indotta dalle insegnanti a saltare la fila puntando sulla precedenza etico-sociale che si deve ai bambini?

Li hai notati quei signori anziani che fingono di non capire nulla che loro, poverini, con la tecnologia non ce la fanno proprio e quindi non lo sanno proprio dove devono andare ma intanto vanno il più avanti possibile?».

Sembra avermi capito, mi sorride non più sornione, mi ha assolto: mi rilasso.

LA RIVINCITA DEL SUPER IO
Mi rideprimo, ho appeno scoperto che quella a cui ho veramente tolto il posto in realtà ha il volo 10 minuti prima del mio: comincia a rumoreggiare che non ne può più, che tutti le passano avanti, che lei non ha saltato la fila, ha fatto il suo dovere e che succede nel nostro Paese quando uno fa il proprio dovere fino in fondo?
Viene fregato da tutti, ecco cosa succede!

Mi arriva un coppino dal mio Super-io, ma io gli ricordo la necessità economica, la madre e la vera causa di tutte le scelte socio-economiche: che stia zitto lui che tanto di queste cose non capisce niente è solo un misero moralista che preferisce morire sul pezzo, piuttosto che adattarsi alle vere esigenze della vita.
Dopo la sfuriata intestina, mi sento meglio.

L'inglese poi mi sta sorridendo benevolo: “non sei in fondo così cattivo, guarda quanti altri s*****i, tu hai fatto male ma poi non così tanto...

Gli sorrido grato e più leggero ma non riesco a sostenere moralmente lo sguardo della mia connazionale dietro di me e con l'aereo prima di me, quella a cui io ho tolto un minuto di coda!

Ehi, ma che succede?
Vengo lievemente spintonato da uno che cerca di infilarsi alla chetichella con aria gentile: riconosco il patetico tentativo di un improvvisato nello stile “vorrei fare la fila ma non posso e ti chiedo almeno il permesso ma tu un po' me lo devi altrimenti  io perdo l'aereo e sei tu lo s*****o!

Proprio non ci sa fare: intanto non è della nazionalità giusta per essere credibile, poi finge troppa umiltà e condiscendenza, mostra a tutti il biglietto, si giustifica con eccessiva affettazione ma con l'inglese non c'è niente da fare!
Senza nemmeno scomporsi, questo gli dice nella sua lingua che l'altro non capisce o finge di non capire, che anche lui ha lo stesso problema e che la fila è per tutti, è una questione di civiltà: lo educa come fosse uno scolaretto colto in fallo, voce pacata, modi gentili ma la più ferma fermezza.
L'altro, abbacinato da cotanta lezione di civiltà plurisecolare, rimane bloccato o meglio paralizzato, chiedendosi come fare ma intanto è arrivato almeno davanti a me.
Voglio dire ne ha fatta di strada.

LEGA ITALO BRITANNICA vs PASSEGGERI SFIGATI
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Ma che altro succede?

Due splendidi si stanno infilando direttamente in cima alla fila senza nessun riguardo: sta per intervenire l'inglese ma lo precede una signora di una certa età, stile professoressa con aria decisa che li blocca richiamandoli al loro dovere.
Gli splendidi non arretrano e fanno resistenza.

Intuisco pezzi di frasi:
«Ma che dobbiamo fare?
Oh! c'abbiamo il volo?!?
Lo volete capire?»

L'accento partenopeo non li aiuta decisamente e la prof. incalza sostenuta dall'inglese che non parla italiano ma si fa capire benissimo.
Intanto il fermato dall'inglese assume un'aria da recluso di Alcatraz, un misto di rassegnazione e di desiderio di fuga...
La lega italo-britannica respinge gli splendidi che sono costretti a mollare qualche metro di fila.
Qualcuno commenta a voce alta: «ma scusate perché non fate il fast track?»


Sapevo di questo servizio ma credevo che si trattasse di qualcosa che si compra all'atto dell'acquisto del biglietto, non dopo e tanto meno lì, quando sei già stato fregato...

Senti, senti scopro che in realtà si può accedere ad una fila molto minore pagando solo 10 euro: mi riprometto di approfondire.


LA DURA LEGGE DEL GOAL


Siamo giunti nella parte terminale dell'interminabile coda del terminal: si vede la meta ormai, si è confortati dal fatto che noi almeno ce l'abbiamo fatta e con la tristezza mista al sadico piacere di chi è ormai oltre.

Il recluso, il fermato dall'inglese, ha un guizzo, alza gli occhi al cielo e con sguardo vuoto si infila tra le transenne direttamente alla fila del metal detector.
Si è salvato.

Riflessioni sulla condizione umana gravano sulle nostre menti e sui nostri cuori:
Cosa avremmo potuto fare di diverso?
Come aiutare gli esclusi, gli “atterriti” e gli “atterrati” come evitare che diventino altrettanti “atterroristi”?
Intanto però decido di approfondire sul fast track e fermo una hostess che mi conferma che sì, si può fare  al costo di 9 euro e lì alla cassa a 10.

Come tutti, mi annoto mentalmente che la prossima volta avrò almeno due opzioni:

opzione uno, alzarmi alle 3 come proposto dal mio simpatico Super-io

oppure

2 opzione due, pagare 10 euro e respirare sereno.

Già ma se poi tutti scelgono la seconda come farò ad evitare l'ulteriore coda?
Boh, chi vivrà vedrà!

LO SCOPRIREMO SOLO VIVENDO

Siamo al metal detector, l'inglese che, sotto la sua giacca, rivela una camicia stazzonata e fuori dai pantaloni, non ha messo la cintura nell'apposita vaschetta, cerco di aiutarlo come posso ma lui non fa sconti, mi tratta come se fosse nel suo buon diritto – come in effetti è – di avere una vaschetta aggiuntiva e non ha bisogno di aiuto.
Che palle però!

È tutto pieno ma siamo salvi e questa consapevolezza ci rende pazienti e capaci di sopportare tutto anche il fatto che ci trattano come viaggiatori di terza classe rispetto a quelli che hanno usufruito del mitico fast track  i quali entrano al metal detector come se fossero iscritti ad un club esclusivo.


GLI EROI DI HOGAN

Finalmente arrivo al gate 10 minuti prima del mio volo!
Ce l'ho fatta, è stata già una lunga giornata.
C'è uno dei miei compagni di prigionia che mi guarda severo, si ricorda ancora che ho fatto il furbo.
Distolgo lo sguardo e chi vi vedo?
La stangona fotomodella, la probabile agente CIA che aveva saltato la fila a piè pari, che placidamente seduta sta sbocconcellando una colazione con tutta la calma del mondo. Aveva tanta fretta evidentemente di fare colazione, penso amaro.


Vorrei telefonare all'inglese e denunciarla ma faccio parte anch'io dei rei e non posso permettermi una reclusione in un carcere britannico: devo mandare giù il rospo morale.

Consegno il biglietto al gate, mi sembra il giorno in cui mi sono laureato e mi hanno proclamato dottore: provo un grande senso di liberazione. Io comunque sia ne sono fuori, ho vinto.

NON È TUTTO ORA QUEL CHE LUCCICA

Mentre assaporo questa ebbrezza, ecco che arriva un tizio ansante e trafelato: si guarda in giro in cerca di un volto amico, gli sorrido, mi inquadra.

«C***o non si può cominciare così la giornata, mi verrà un infarto e solo per prendere un aereo, e pensare che ho fatto pure il fast track!».
Questo mi colpisce e gli chiedo perché ha dovuto correre se aveva comprato il magico servizio saltacoda.
«Quella m***a di macchinetta si era inceppata e non accettavano i contanti, solo carte di credito o bancomat e ci tenevano lì.
Se fossimo rimasti in fila normalmente, avremmo fatto prima…».”
Bisogna che riveda un momento l'opzione due...

Voi a questo punto penserete tante cose spero più gentili di:
«Ci hai fatto perdere un quarto d'ora con sta p*******a” »;
«Se hai questo dialogo interiore, ti sei rovinato da grande o sei caduto dal seggiolone»;
«Benvenuto nella realtà, siamo circondati da s*****i e tu ne fai parte»;
«E così, hai saltato la fila, brutto b******o».

Intendiamoci, sono tutte reazioni comprensibili, però la sentenza peggiore, quella che proprio non potrei accettare, è:

Gli economisti hanno ragione”.

Quanto precede non mi offende, - non può offendermi – perché umanamente contemplabile.

Rispetto alla mia salute mentale, va detto che sono sposato con uno psichiatra, il che aiuta decisamente perché c'è il conforto del tecnico a casa, pur appesantito dalla certezza della diagnosi che, invece, disillude bruscamente.

No, il problema vero è che invece potete credere a uno o più dei pareri che vi ho riportato nel racconto, per intenderci dal neomalthusiano all'osservatore radicale.


Può sembrare un problema da niente, qualcosa per cui non vale la pena scrivere o procedere con la cultura ma crederci genuinamente e costruire la propria/altrui esistenza o regolare la convivenza civile su basi intellettualmente così piccole, ci toglie la speranza e, nello stesso momento, ci condanna davvero al cinismo di cui l'economia si nutre.


IO E/O NOI?

Tutti crediamo nel teorema che l'economia sia il perseguimento dell'interesse egoistico contro quello sociale ma alla fine chi lo ha detto?
Chi lo ha sancito per tutti noi e nello stesso tempo?

Perché dovremmo accettarlo come se fosse un fatto atavico, ineluttabile, quasi “genetico” nella razza umana e quindi incontrovertibile?

L'esistenza, - e meno male!- è molto più complessa e varia di un pensiero solo tra l'altro vecchio di secoli e mai veramente aggiornato: perché non dovremmo mettere in discussione un teorema che pur nella sua apparente razionalità ci fa vivere meschinamente?

Si tratta solo di ripensare e riprogettare anche se prima dobbiamo capire e darci una direzione.
Questo è lo scopo di questa serie di appunti.
Ma lasciatemi spiegare perché l'ho fatta tanto lunga con aeroporti e code al terminal.


IL TEOREMA DELLA FILA IN ATTESA

Se noi riduciamo la storiella che vi ho appena raccontato e che avete avuto la pazienza di leggere, all'oggettività del teorema, cosa troviamo?

In un contesto puramente sociale, ci sono dei soggetti che interagiscono in condizioni tali per cui le informazioni non circolano completamente e perfettamente e le risorse vengono allocate non esattamente tanto da generare la sensazione che siano scarse rispetto al richiesto e all'atteso.

La frustrazione della domanda – come direbbero gli economisti - e le poche alternative inquadrabili sulla base delle informazioni in possesso della media dei partecipanti determinano una condizione di rigidità e di difficoltà di cui tutti i soggetti possono avvertire la limitazione.

La soluzione economica più semplice e che sembra risolvere, è quella di trasformare il bisogno così generato in un servizio di cui si può godere proprio per evitare la frustrazione.

È proprio semplice, basta pagare qualcosa in più e si è fuori dal problema: è la soluzione più adottata oggi dall'economista o dal decisore pubblico e privato.
Dietro questa apparente semplicità, ci sono però tante importanti decisioni prese inconsapevolmente:

1 non si prende la frustrazione come un segnale ambientale da comprendere bene per cambiare le cose, si pensa che sia una variabile non eliminabile: è un dato ambientale e non un segnale;
2 la generazione di un servizio per togliere la frustrazione determina la presenza di un gruppo di esclusi che dovranno subire la situazione in tutta la sua rigidità e a niente varrà l'aver tolto dalla quota totale i pochi che impiegheranno il servizio;
3 non si valutano alternative (progetti, proposte, idee) che possano rendere migliore la condizione di tutti: si rimane sull'idea del servizio che sembra essere più facilmente gestibile, senza pensare di poter fare meglio;
4 di fronte all'aggravarsi della situazione e all'incapacità di migliorare il servizio, l'organizzazione delle risorse si rivela insufficiente ma non si ritiene di poter intervenire con un'organizzazione di livello superiore: si pensa che i consumatori adotteranno strategie migliorative in quanto soggetti intelligenti o che addirittura il servizio, pur insufficiente, sia una nuova entrata;
5 banalmente non si forniscono nemmeno le informazioni di accompagnamento veramente in grado di cambiare la percezione del dato reale in modo, ad esempio informando del problema al momento del check in online;
6 il consumatore sarà quindi indotto ad una serie di scelte non creative tipiche dei contesti violenti che si tradurranno in comportamenti non capaci di migliorare la condizione stressante e che sono riconducibili a questi: accettazione rassegnata, accettazione rivendicativa, non accettazione con strategie di miglioramento individuale con poco danno degli altri, non accettazione con strategie di miglioramento individuale e danno maggiore per gli altri.

Per l'economista il problema era già stato risolto con il servizio e l'aziendalista, come l'operatore commerciale possono addirittura arrivare ad ipotizzare un vantaggio competitivo e una frammentazione dell'offerta ottima per produrre margine o economicità per l'azienda.

NON SPARATE SUGLI ECONOMISTI

Io non ce l'ho con la categoria degli economisti e proprio con nessun economista in particolare, non ho motivo di rancore verso aziendalisti, politologi, commercialisti, fiscalisti, decisori economici, statalisti, statistici, statisti.

Lo dichiaro apertamente: il mio nemico è il cinismo diventato regola di comportamento razionale e auspicabile - perché di questo si tratta in ultima analisi – che demotiva la gente a cercare soluzioni migliori e più capaci.

AIRPORT CASE HISTORY

Nel caso in esame, il profilo delle decisioni assunte, probabilmente inconsapevolmente e solo per routine, produce una certa sfiducia da parte del consumatore che può cogliere la possibilità più ampia di scelta che gli spetterebbe naturalmente e, per contro, la riduzione del suo diritto ad un servizio a pagamento che grava su di lui per consentirgli un semplice accesso al gate e – si badi bene - non per un valore aggiunto reale.

L'economista, in ultima istanza, crede che il consumatore sia solo accettante e rassegnato e che si farà furbo con l'esperienza: non immagina, per esempio, che un soggetto possa decidere di non usare più l'aereo o quella compagnia o che possa usare gli stessi servizi con comportamenti distratti e negligenti che alla lunga deteriorano gli aeromobili o gli spazi dedicati più in fretta di quanto sarebbe normale o, ancora, che addirittura arrivi a creare strategie antisociali (i famosi splendidi o le agenti CIA) che aggravano la condizione generale.

Sembra non interessargli la sofferenza, la lieve e la grande, come se non fosse un suo problema e nemmeno si preoccupa del fatto evidente che tutto ciò produce una massa di consumatori scontenti che non adotteranno più i servizi a valore aggiunto (il volo in questo caso).

Alla lunga, la compagnia potrebbe essere costretta a determinare delle politiche di attrazione della clientela con leve diverse, diminuendo il prezzo solo per alcuni orari o combinazioni di tratte, con una fatica di progettazione crescente.

Ma, in fin dei conti, tutto questo si rivelerebbe temporaneo e inutile perché non si è voluto considerare debitamente la variabile più importante: la dimensione sociale.

Questa ha poco a che fare con social media, sms inviati in orari assurdi o moduli informatici di feedback, no, si comincia a cogliere questa dimensione quando ci si propone di progettare onestamente il servizio pensando davvero di essere uno di quei disgraziati che si sono alzati alle 04.00 e volevano prendere l'aereo alle 07.10.










Francesco Bernabei

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