lunedì 17 novembre 2014

To be or not to be “a prion”: this is the question!








Il termine “prione” (acronimo di Proteinaceus Infective Only particle) venne coniato nel 1982 da Stanley Prusiner, quando lo usò per identificare l’agente infettivo responsabile della malattia di pecore e bovini, la scrapie. Prusiner aveva notato che l’agente infettivo in questione era di natura proteica, non conteneva acidi nucleici ed era resistente all’inattivazione con trattamenti che sono soliti degradare gli acidi nucleici stessi.
La caratteristica principale del prione è l’alta infettività e la capacità di propagarsi mantenendo una specifica conformazione tridimensionale, ovvero di replicarsi mantenendosi fedelmente uguale a sè stesso. Inoltre ai prioni è associato il salto di specie come quello pecora-bovino (Encefalopatia Spongiforme Bovina) o bovino-uomo (Morbo di Creutzfeldt-Jakob).
Dati recenti della letteratura scientifica stanno tentando di categorizzare le proteine responsabili di malattie neurodegenerative, quali la malattia di Alzheimer o il morbo di Parkinson, come proteine prioniche, ma riguardo questo si è aperto un acceso dibattito: proteine quali Aβ o tau hanno davvero tutte le caratteristiche dei prioni?

Tauopathies are a group of neurodegenerative diseases, they are characterized by the formation of tau aggregates, which are insoluble fibers that clog the cell up. 
Alzheimer´s disease (AD) is one of the most devious forms of tauopathy that affects 30 million people worldwide and will affect more than 120 million by 2050
Tau is a microtubule-associated protein that binds and stabilizes the network of microtubules within the cells. Once it is phosphorylated, tau becomes twisted and tangled and its ability to bind to microtubules is reduced, thus leading the entire neuron transport networks up to the collapse. 
Prior studies show that in “test tube experiments” tau has the ability to propagate by adopting specific conformations, which show unique physical properties. In this recent paper, Marc Diamond and collaborators examined the ability of tau strains to self-propagate by maintaining their distinct conformation in living cells and organisms. The authors produced tau fibrils in vitro and used them to seed pathological inclusions containing fibrillar aggregates in the cells. 
They isolated two cell clones that had a specific “phenotypical” morphology and characterized them in depth. 
They noticed that once these clones were injected into naïve cells, they were able to stably propagate their own particular shape of inclusion from mother to daughter cells. Then, they injected transgenic mice with these strains and waited for the appearance of tauopathy. After three weeks, they collected the brains, which underwent both biochemical and histological analysis. 
The authors found that these strains were stably inherited trough multiple generations, maintaining their unique pathological phenotypes.
The conclusion of this study brought Diamond and his collaborators to describe tau as a prion, since, according to them, the protein accounts for all the characteristics of prion strains. 
But what do you think? 
Isn´t this definition risked?

Prions are infectious agent, whereas there is no proof that amyloid proteins are. 
The infectivity of neurodegenerative proteins must be demonstrated if we want the public audience to pick the idea of AD as a “prion” disease, otherwise this concept could be misleading.


Anyway, there is big news in this study!

By demonstrating that tau acts by propagating a specific strain conformation, Diamond and his collaborators try to relate the behavior of this protein to the human disease
In fact, it stands to reason that different tauopathies come with their own “fingerprint” that, if we consider the result of this study, may be highly specific for patients.
Since many drugs fail at the clinical trial stage, we must consider the possibility that therapeutics is ineffective due to differences in tau´s conformers among patients. 
This means that probably the AD pattern is much more complicated than we thought, and that there is still a long way to go to find effective new treatments for AD, but studying the behavior of amyloid proteins is the inevitable process to develop drugs that can turn out to be successful.

Bibliography


Sanders DW, Kaufman SK, DeVos SL, Sharma AM, Mirbaha H, Li A, Barker SJ, Foley AC, Thorpe JR2, Serpell LC, Miller TM, Grinberg LT, Seeley WW, Diamond MI (2014) Distinct tau prion strains propagate in cells and mice and define different tauopathies. Neuron 82: 1271-1288. 

Livia Civitelli, PhD














  
 Università di Linkoping Svezia - IKE

martedì 4 novembre 2014

Intervista a Gianluca Lalli





Cantautore, musicista, scrittore, leader e fondatore Ucroniutopia



Tu sei cantautore, scrittore, fondatore e leader del gruppo musicale Ucroniutopia, cosa significa oggi, nel nostro contemporaneo fuggente, essere un artista?
Dacci la tua personale definizione.

«Domanda difficile ma stuzzicante per un logorroico come me.
Iniziamo col dire che prima di essere un artista bisognerebbe essere un uomo e questo è un percorso ancora più difficile in una società come quella di oggi.
L'artista e l’uomo dovrebbero essere un tutt’uno, cosa che, invece, da parecchio tempo è una rarità, trovo che questo sia un mondo dove il bipolarismo trionfi senza grandi ostacoli
È frequente, ad esempio nell’ambito musicale, che un artista canti una canzone contro il sistema attuale, cioè contro le banche o le multinazionali (“i potenti della terra” per capirci), mentre nella realtà viva in una condizione di benessere materiale invidiabile, conformato perfettamente con la società che critica nei versi, spesso possedendo un conto in banca da capogiro.
Da sempre le arti hanno rispecchiato la società del tempo: questa è un civiltà decadente in tutto ed è anche per questo che l’arte oggi è decadente e l'uomo come tale ancor di più».

La Fabbrica di Uomini, il tuo ultimo disco, è un interessante trama di racconti che si intrecciano nella voce del cantastorie, la tua, per narrare storie che si fondono con la musica in un viaggio senza tempo, si potrebbe dire che si tratti di un esperimento metaletterario teso a fondere la staticità dello scritto con il movimento del ritmo musicale.
Com’è nato il disco e quali sono i messaggi che racchiude? 


«Il disco prende il nome da un racconto, La fabbrica di uomini, di Oskar Panizza, uno scrittore italo americano, dove si immagina una società in cui gli uomini vengono realizzati in un laboratorio.
Questo racconto a mio modo di vedere somiglia molto ad esempio ad un altro romanzodistopico: Il mondo nuovo di Huxley, qui gli uomini venivano creati in provetta.
Il filo conduttore del disco è sempre lo stesso, la disumanizzazione provocata dal finto progresso che in realtà è un regresso a 360°: nell'arte, nel cibo, nell'aria, soprattutto nella testa e nell'anima delle persone.  Lo spirito degli uomini è morto, il grande dilemma essere o avere si risolve oggi con una semplice formula tratta dalla canzone Noi di Ucroniutopia “Dice un proverbio caro al potere, che l’essere sta nell'avere”.
Oltre a questo tema principale della spersonalizzazione ci sono anche altre storie.
Nel disco ci sono 8 brani: il primo è dedicato a Jules Bonnot, l’anarchico francese che rubava ai ricchi per dare ai poveri, una sorta di Robin Hood in carne ed ossa; il secondo è un valzer intitolato La Bomba, liberamente tratto dalla canzone del grande artista francese Boris Vian (autore del celeberrimo  brano antimilitarista per antonomasia, Le déserteur), nella quale si racconta di uno zio che ha la passione di costruire bombe in casa. La canzone è un mix di provocazioni e ironia verso la classe politica che dalla notte dei tempi non ha mai smesso di mangiare sul sangue altrui; poi Ora et Labora, il titolo svela l'ironia e la rabbia verso due caste, quella clericale e quella statale, che si sono arricchite guidando il popolo alla deriva con le loro finte massime del pregare e lavorare sodo, sì ma per loro!; il quarto, Il canto dell''odio, è liberamente tratto dalla poesia omonima di Olindo Guerrini, grandissimo poeta italiano semi sconosciuto, dove si narra di un uomo innamorato perdutamente di una donna che non lo degna neppure di uno sguardo, quando lei muore lui si reca sulla sua tomba per dar sfogo alla sua carica di veleno ed odio, con una poetica durissima che, in realtà, non è altro che il suo cantare un amore infinito; L'Utopista è una ballata che inneggia a seguire l'utopia, qualunque essa sia; il sesto è una canzone speciale perché è stata scritta dal mio amico Claudio Lolli, cantautore bolognese ben noto agli amici sognatori degli anni ‘70 grazie alle sue canzoni (come, ad esempio, Borghesia, Ho visto anche degli zingari felici, Michel e molte altre). La canzone per il mio album tratta il tema della solitudine secondo la “filosofia” lolliana: in questo mondo altamente tecnologico le persone, nei metrò o nei bus o per strada, non alzano più la testa perché sono persi dentro ad aggeggi fatui (telefonini, tablet, etc) che ci illudono di non esser soli, anche se in realtà è il contrario. Io, personalmente, penso che la solitudine sia una conquista ma, di certo, non intendo questo tipo solitudine che oggigiorno pervade le nostre vite; Mezzolitro racconta la storia di un ubriacone perso dietro alle sue canzoni ed al vino che dice, rivolto sempre al solito interlocutore, “sono solo un ubriacone, non sono un assassino”. Il testo è del mio amico cantautore Aleandro Giori; il disco termina con un tributo a Rino Gaetano, una mia versione della canzone Ma il cielo è sempre più blu, ripresa da una registrazione del 2005, quando mi aggiudicai il primo premio, proprio con questa cover, al concorso nazionale dedicato a questo grande autore calabrese.
Insomma è il tipico disco per l’estate!
Direi…acquistatelo».

Hai scelto per il tuo disco la strada della produzione indipendente, perché?

«Per questa interessante domanda userò la risposta breve, perché in Italia, secondo me, ci sono 3 modi per esser pubblicati e vendere: utilizzare i soldi per arrivare; andare avanti grazie alle conoscenze, dire e scrivere fesserie.
In realtà i politici scrivono dei testi bellissimi in questo senso e anche alcuni religiosi non sono da meno, Platone parlava già qualche tempo fa dell'anima dei doppiogiochisti, pensate da quanto tempo certi sistemi funzionano in questo modo.
Comunque, per quanto mi riguarda, ho scelto questa via proprio perché voglio essere fuori da questi circuiti, non voglio che si accaparrino i miei diritti senza darmi nessuna garanzia, in sintesi io non voglio essere preso in giro».

Quali sono i vantaggi che ti offre, ovviamente secondo il tuo personale punto di vista?

«I vantaggi sono praticamente nulli dal punto di vista promozionale ma molto gratificanti dal punto di vista umano e spirituale, perché incontri la gente ai concerti e puoi guardarla in faccia, parlando e ridendo insieme.
In questo modo fai una promozione di presenza, molto figo certo, poi, però, ti rimane il dubbio se sia possibile vivere di umanità e spiritualità quando lo stomaco brontola…».

Ne La Fabbrica di Uomini c’è una splendida canzone, che parla di amori in sospeso e solitudini contemporanee, scritta e musicata dal famoso cantautore italiano Claudio Lolli e da te interpretata, raccontaci com’è nata la vostra collaborazione?

«Delle tematiche della canzone ho già parlato in precedenza, per cui non mi ripeto.
Invece per quanto riguarda storie di vita vissute, ho incontrato Claudio Lolli per la prima volta, intendo a livello professionale, 5 anni fa aprendo un suo concerto in Calabria grazie all’associazione Aspettando Godot di Pino Calautti.
Ero già innamorato delle sue canzoni da ragazzo e lo avevo ascoltato in qualche concerto dal vivo ma, ovviamente, aprire i suoi concerti è stata una grande emozione per me, perché l’ho sempre considerato un paroliere formidabile, molto vicino alle mie idee ed alle mie sensazioni.
Poi, quando mi ha regalato il brano Il grande freddo, incluso nel disco, mi sono veramente emozionato, mi son detto “Cavolo! sto cantando le canzoni di Claudio Lolli, con cui sono cresciuto”.
Nel mio piccolo ho tentato di interpretare il brano secondo il mio personale “sentire”, alla fine sono rimasto soddisfatto del mio lavoro, ai posteri comunque l’ardua sentenza».

Quanto le collaborazioni d’autore possono arricchire il proprio lavoro e la propria professionalità?

«Moltissimo.
Arricchiscono molto sia dal lato umano, sia da quello professionale.
Da soli nella vita non si fa nulla.
In effetti, a pensarci, si può stare anche da soli ed avere sempre ragione credendo che la vita sia questa, si può morire felici anche così…».

Il percorso creativo è un complesso ed affascinante mistero che oggi, a volte, viene svalutato e mercificato a discapito della sua grande potenza energetica e della libertà creativa ed espressiva.
Come nasce, si sviluppa, da dove trae ispirazione il tuo percorso creativo, quale strade segui per arrivare dall’idea alla sua realizzazione concreta?

«La creatività ha poco a che fare con le vendite, è un dono immateriale.
Io credo che in tutte le epoche ci siano stati molti talenti sprecati, perché molta gente che trasforma in mito certi fenomeni della musica, della pittura, della letteratura, in realtà sia indotta a crederlo perché il sistema questo gli propone.
Provate a mettere un violinista di fama internazionale in strada, scommetto che oltre a qualche complimento e 4 spicci tornerà a casa con la pancia vuota e l’orgoglio distrutto.
Dico questo perché è già successo, solo non ricordo chi fosse l’artista che l’ha sperimentato sulla sua pelle.
La mia creatività, forse, è ereditaria, mio nonno scriveva poesie che praticamente erano delle ballate.
Sicuramente essere creativi è un dono, sinceramente non so ancora fino a che punto lo sono, ma credo che sia difficile esser creativi in una società dove il cervello viene spento accendendo la TV, i computer e altre cazzate del genere».

In Italia la Cultura, intesa a 360°, non ha molto spazio e, soprattutto, non ha l’attenzione che merita, seppure sia uno dei punti più forti del nostro Paese, oggi come per il futuro, qual è la tua personale ricetta per dare una decisa e forte spinta in questa direzione?

«Diciamo che io personalmente per cultura intendo ciò che si avvicina alla madre terra, una cultura ormai persa da generazioni e, a parte le rappresentazioni dei nostri lontani antenati, credo che si faccia un torto a chiamare cultura quello che oggi viene proposto.
Posso dire che per me l'unica soluzione è quella in cui ognuno, nel suo piccolo mondo personale, dia un contributo per ritrovare il nostro lato umano perduto, allora, poi, io credo che la creatività e la cultura nasceranno spontaneamente strada facendo.
Forse, la soluzione sta proprio nell'uscire da questa Fabbrica di Uomini?».

Indicaci le 5 regole d’oro per diventare un artista di successo senza perdere mai di vista la propria identità.

«Non Essere Come Gianluca Lalli».


Barbara Saccagno