giovedì 15 gennaio 2015

Quando è necessaria la legge di Necessità? - Appunto 2







Uno dei fondamenti logici del pensiero economico moderno e contemporaneo risiede, secondo me, nella “Legge di Necessità”.




Per comprendere la portata di questo concetto è utile prima andare alla radice del principio morale e pratico dell'agire economico che è molto semplice - come del resto quasi tutto nel pensiero economico - ed è riconducibile ad una o tutte le seguenti sentenze:


ü  Tutti fanno quello che possono con gli strumenti che hanno

ü   Ognuno cerca di massimizzare il proprio profitto con tutti i mezzi che possiede

ü  La felicità consiste nel poter elevare la propria condizione senza limiti di sorta

ü  La democrazia è il sistema sociale in cui tutti possono essere felici perché sono liberi di elevarsi senza limiti

Si tratta di affermazioni che tutti sottoscriveremmo a cuor leggero: come non essere d'accordo con libertà, felicità, massimizzare e strumenti?

Ehi, un momento, c'è qualcosa di strano?






Sì, perché mentre con “libertà” e “felicità” (quasi) ci capiamo, con “massimizzare” e “strumenti” arriviamo al classico dilemma della mia libertà contro quella degli altri e cominciamo a chiederci fino a che punto sia lecito “massimizzare” e di quali “strumenti” stiamo parlando: legali/illegali, normali/violenti, leciti/illeciti...
Non ce ne siamo neanche accorti e siamo caduti nel moto ondoso della discussione filosofica!!!

Siamo attaccati a pezzi di legno che galleggiano a stento, ovvero i concetti che ci stiamo formando, che ci abbandonano sul più bello e ci lasciano in balia delle onde della confusione! 

I marosi ci minacciano, le oscurità marine sembrano ospitare esseri non amichevoli e noi possiamo contare solo sulle nostre braccia ma non si vede la terra, è notte, siamo soli....

A questo punto, l'economista, già stufo di tante chiacchiere, si alza e dichiara semplicemente che l'unica sentenza veramente utile è che :

Tutti operano necessariamente per il proprio massimo interesse, con i mezzi fisici, intellettuali, morali, sociali, politici, all'interno delle leggi e/o usi dei gruppi umani e nazionali in cui si trovano ad agire: se esiste contrasto fra leggi e usi non è cosa che riguarda l'economia ma la giustizia e lo stesso vale per la definizione dei limiti etici, morali o di legittimità individuale o politica.

Beh, non c'è che dire, una cosa così ci salva, ci fa uscire dal moto ondoso e ci fa approdare su di un'isola assolata ma misteriosa: non siamo ancora salvi, non abbiamo capito, ma non siamo più soggetti ai pericoli del mare aperto, siamo sulla solida terra.
Non possiamo che addentrarci nella foresta vergine, necessariamente...

LA FAVOLA DI TEMPEH, IL MONACO

Grossi insetti ci girano intorno volando e strisciando, - saranno pericolosi? - strani movimenti scuotono il fogliame – chissà quale animale sarà? - abbiamo bisogno di un riparo e di acqua, le prime cose che occorre procurarsi necessariamente, poi il cibo poi capire dove siamo, quindi cercare di tornare a casa...
Ma cosa c'è lì?
Un filo di fumo!

Dove c'è fumo c'è speranza, ci saranno degli uomini, ma come saranno?
Socievoli o selvaggi indiavolati magari arrabbiati con l'uomo bianco?

È qualcosa che non può restare senza risposta, si deve necessariamente andare ma di nascosto, sarà meglio prima studiare la situazione...
Il filo di fumo viene da una capanna di giunchi appena distinguibile dalla vegetazione circostante, - quindi c'è vita in questa foresta concettuale!


Eccolo, c'è un uomo con fattezze orientali, piuttosto anziano che è appena tornato dalla pesca: ha l'aria affabile, sembra bonario, dobbiamo rischiare, forza, facciamoci avanti...

Usciamo dall'ombra e proviamo con un «Buongiorno», l'uomo ci vede, urla e fa per scappare, ma inciampa e rovina per terra brutalmente... gli siamo vicini e cerchiamo di alzarlo ma lui non ne vuole sapere, scalcia e grida di non ucciderlo – Beh, almeno parla la nostra lingua! -.


Cerchiamo di tranquillizzarlo, siamo dei naufraghi, gli spieghiamo, non abbiamo nessuna intenzione di uccidere niente e nessuno – se non necessariamente – (← questo era meglio non dirlo perché si agita di nuovo) e ci interessa solo un riparo, dell'acqua e del cibo.
Se ci darà una mano, gliene saremo grati...
Noi siamo tanti, lui è da solo e necessariamente decide di aiutarci.

Ci chiede, però, qualcosa che non comprendiamo: «Vi hanno mandato loro?».

Dopo averci rifocillato per bene e sistemati a dovere, è il momento delle presentazioni e dei chiarimenti.

Il vecchio si chiama Tempeh ed era/è un monaco.
Dice di aver perso il conto di quanto tempo sia trascorso da quando si è nascosto nella foresta concettuale.
Noi non capiamo ma gli chiediamo di raccontarci la sua storia.

Tempeh viveva in un monastero ai margini di un vasto regno, in una provincia felice dove tutto era regolato dai monaci che amministravano i beni di tutti con molta prodigalità e cordialità: tutti i beni e i servizi erano prodotti dalla società locale che non trascurava comunque importanti scambi e commerci con le altre province.
Tutti erano felici e realizzati ma un brutto giorno, il regno fu minacciato da altri sovrani e il re che non si era mai fatto sentire o vedere da quelle parti, inviò i suoi uomini per le tasse.

La questione era del tutto nuova per quelle contrade felici ma sostanzialmente questi volevano dei soldi perché il re ne aveva bisogno e siccome era padrone di tutto ciò che li circondava e, in definitiva, anche delle loro persone, ne aveva necessariamente tutti i diritti e poteva disporne come
voleva: qualcuno, più istruito, cercò di opporre qualche tentativo di resistenza ma non riuscì nemmeno a finire il ragionamento che i nuovi arrivati gli avevano inviato una cartella esattoriale.

Nessuno ci capiva niente ma il saggio intervento del Grande Monaco aveva trovato la giusta soluzione: che si chiarisse presto di che cifra si stava parlando e avrebbe provveduto il monastero a raccoglierla e inviarla. Gli emissari del re, soddisfatti, se ne tornarono a corte e presto inviarono la loro risposta: un documento molto strano dal nome in sigla e corredato di modulistica incomprensibile ma, d'altra parte, molto chiaro in fatto di dovuto.
Il Grande Monaco tradusse per tutti: tranquillizzò gli animi, era sì una cifra molto alta ma anche molto ragionevole, se divisa fra tanti se non tutti.
Insomma nessun cambiamento sostanziale nella vita di ognuno, solo bisognava dare necessariamente qualcosa di quanto si produceva al re, tutto qui: e ogni anno.

Si tirò un respiro di sollievo e si festeggiò.
Occorreva qualcuno che portasse i soldi al re, alla capitale.
Non un gran viaggio ma neanche una passeggiata.
Il Grande Monaco incaricò subito Tempeh di questo: Tempeh era ritenuto molto affidabile nonché il futuro successore del Grande Monaco stesso, chi più di lui?
Necessariamente lui.

Così Tempeh partì in brevissimo tempo e appena uscito dai confini della provincia venne assalito da una banda di briganti e spogliato di tutto, soldi compresi.
Riuscì a tornare a stento.
Il re si dimostrò comprensivo: chiese che si raccogliessero nuovamente i soldi delle sue tasse e dovette aggiungere necessariamente, per rispetto di chi aveva versato tutto in tempo, una piccola sovratassa...
Come non capirlo?

Il Grande Monaco non si perse d'animo e riuscì a rimettere insieme le finanze necessarie ma questa volta inviò con Tempeh una nutrita scorta di soldati appositamente arruolati.

Per quell'anno si riuscì a pagare ma l'anno seguente si ripropose il problema e ci si rese necessariamente conto che non si poteva inviare ancora un contingente di armati perché il costo era troppo alto e soprattutto bisognava rientrare anche del doppio pagamento delle tasse dell'anno precedente.
Il Grande Monaco non poteva chiedere a Tempeh di recarsi di nuovo da solo alla capitale con tutti quei soldi: prese accordi con una banca che applicando necessariamente un interesse accettò di effettuare il pagamento direttamente all'erario reale.
Tempeh avrebbe dovuto solo portare la cambiale e tornare con la ricevuta del pagamento.
Un gioco da ragazzi...




Il giorno dell'arrivo presso la sede della banca con cui si era firmato l'accordo, il direttore chiamò Tempeh e lo pregò di considerare la possibilità di investire quel denaro per qualche giorno in un prodotto finanziario innovativo
In pratica, si trattava di lasciare il denaro a disposizione della banca e di spostare l'operazione di pagamento delle tasse di qualche giorno.
In cambio la banca si impegnava a non praticare il tasso di interesse già previsto dal contratto e a riconoscere una piccola commissione.
Tempeh non poteva credere alle proprie orecchie: sarebbe tornato a casa da vincitore e tutti si sarebbero dimenticati di quello che era successo l'anno prima!
Chiese necessariamente delle garanzie e dato che non poteva discuterne con il Grande Monaco – il nuovo accordo finanziario era da chiudere subito altrimenti niente, si sa come funziona la finanza no? - pretese delle clausole in più all'interno del contratto.



Il contratto venne firmato con grande attenzione e rivisto da tutti i contraenti con estrema accortezza per poi essere completamente disatteso alla scadenza...

Semplicemente la banca non restituì i soldi che erano finiti necessariamente in un giro speculativo – come previsto dal contratto – da cui non erano recuperabili - si sa come funziona la finanza, no? -.

A Tempeh non rimase che tornare dalla sua gente con grande vergogna.



Il Grande Monaco lo ammonì severamente: venne processato ma si dimostrò necessariamente la buona fede di Tempeh e soprattutto che il contratto era regolare e non prevedeva la truffa.


Il re intanto si dimostrò meno disponibile della volta precedente e richiese il pagamento del doppio delle tasse annuali perché – così diceva l'ingiunzione dell'erario reale – non si poteva non tenere conto necessariamente dei contribuenti in regola con il versamento delle tasse rispetto a quelli che non lo erano: se non si potevano necessariamente premiare i primi, andavano necessariamente sanzionati i secondi.

Ma c'era di più: si trattava di una pratica corrente dell'erario reale che anzi la incoraggiava (e necessariamente ci guadagnava).

Il Grande Monaco, scagionato completamente Tempeh, propose quindi di fare causa all'erario reale e alla banca.

Rispetto al processo in atto, il re dichiarò di voler aspettare necessariamente il verdetto nutrendo piena fiducia nelle istituzioni preposte.


Tempeh però non si diede per vinto e consapevole di essere stato causa, suo malgrado, di quel disastro si recò alla capitale, con il permesso del suo monastero, e si mise a lavorare con grande tenacia a diversi progetti economici con il preciso scopo di recuperare il denaro perduto.

Il Grande Monaco che seguiva con grande interesse il suo operato, raccolse anticipatamente il denaro dovuto all'erario e glielo inviò perché lo investisse nelle attività promettenti che Tempeh era riuscito a mettere in piedi.
Nel giro di qualche mese, grazie all'intervento opportuno di diversi soci, Tempeh era riuscito nell'impresa di generare un capitale superiore del doppio rispetto agli investimenti: avrebbe consegnato le tasse dell'anno per conto della sua gente e sarebbe ritornato con un capitale da mettere a frutto nuovamente o di cui disporre per un altro anno.

Necessariamente si sarebbero dimenticati di quanto gli era successo e di tutte le brutte storie degli anni prima e lui sarebbe tornato ad essere il monaco che era, il migliore, il predestinato al soglio...

Il giorno previsto per il versamento all'erario delle tasse annuali, Tempeh scoprì che un socio era fuggito con la cassa e al posto di questa trovò un semplice biglietto in cui il malfattore così si esprimeva:

«Tempeh, sono molto dispiaciuto, tu sei un'ottima persona, ma io sono oppresso dai debiti e questo denaro mi salva la vita: ho dovuto farlo. Necessariamente».

Tempeh per un momento si dimenticò di essere un monaco e non riferiremo che cosa disse in quel frangente ma, sbollita la rabbia, si rese conto che non poteva tornare a casa anche perché non sarebbe riuscito a dimostrare la sua buona fede e il re sarebbe stato ancora meno comprensivo delle altre volte.


Si diede alla macchia e di peregrinazione in peregrinazione arrivò nella foresta concettuale dove lo abbiamo trovato noi...

Che dire? Una storia come tante, una situazione comune, forse una leggerezza da una parte e un po' di mancanze dall'altra, magari un'epoca ancora troppo arcaica per il diritto come lo conosciamo oggi ma una cosa è certa: se contiamo quante volte è apparsa la parola necessariamente, dobbiamo concludere che i personaggi in gioco non avevano molto spazio di manovra.

Necessariamente!


LA LEGGE DI NECESSITÀ

Proprio questo è il punto: quando esaminiamo i comportamenti umani secondo la legge di necessità, questi diventano standardizzati non (solo) perché prevale un certo spirito pratico- concreto prossimo al cinismo che viene con l'età, ma perché si devono immaginare relazioni causali concepite con lo specifico compito di “tenere” nonostante tutto.

Siamo indotti a questo perché dobbiamo prevedere come andranno le cose e non possiamo affidarci al buon cuore di alcuni o alle pie intenzioni di pochi se non alle rette azioni dei santi, rari, questi ultimi, quanto le mosche bianche.

No, noi dobbiamo parlare di masse e di comportamenti di massa e scommettere su quali saranno le azioni più probabili.

Si arriva alla legge di necessità perché diventa insostenibile l'alternativa: non si possono fare processi alle intenzioni e nemmeno si può perdere tempo a ricercare tutte le cause e gli effetti che ne derivano.
Si rimane semplicemente su di un terreno comune che sa di buon senso e di probabilità ovvero una dimensione la cui frequentazione non richiede eccessivo sforzo o capacità fuori dal comune: si parla delle cose per come è naturale che avvengano se si assume il principio che gli esseri umani sono imperfetti e che non faranno le cose che dicono di voler fare ma si assesteranno su di un piano d'azione in cui il confronto fra guadagni e perdite e quello delle possibilità rispetto alle difficoltà saranno i punti cardinali.
In seguito all'analisi semplice di questi fattori avremo le azioni più probabili e quindi quelle che si realizzeranno e sulle quali scommettere...

Come non vedere che questo modo di pensare ci condiziona al punto da determinare la realtà stessa in cui viviamo come la famosa profezia che si autoavvera?

Come non capire che la povertà intellettuale (se non morale) con cui trattiamo ogni tema della nostra esistenza individuale e collettiva diventa essa stessa la causa della povertà economica (se non morale) in cui ci dibattiamo?

Se tutti ci aspettiamo di essere in un mondo in cui è facile “essere fregati”, perché dovremmo fidarci di quelli che promettono di aiutarci a non esserlo tramite contratti e rapporti diversi dal solito?

Non saremo indotti sottilmente a rimanere nelle (poche) cose che conosciamo e che si sono rivelate sufficientemente affidabili da non deludere (del tutto) le nostre aspettative?

Che tipo di economia sarà allora quella della sfiducia e della necessità?

L’ECONOMIA DELLA SFIDUCIA E DELLA NECESSITÀ

Sarà banalmente quella in cui le relazioni sono costruite sulla tutela che deriva dagli strumenti coercitivi che il diritto mette a nostra disposizione ma siamo davvero e comunque esposti alla deriva degli elementi intercorrenti di volta in volta!

Mi rendo conto di non essere convincente perché non si vede altra via ma pensiamo ai fatti di cui siamo testimoni da anni e, con prospettiva storica, da secoli.


1 Imprenditori che costruiscono attività economiche di grande successo e poi intentano azioni legali sempre più significative spesso contro i propri figli perché le aspettative economiche hanno generato visioni differenti nel tempo via via sempre più inconciliabili fino alla rottura finale (spesso la chiusura o ricollocamento dell'azienda).

2 Finanzieri di grande capacità che sembrano riuscire a trarre denaro da ogni attività umana - anche la più improbabile - finché non commettono quell'errore che li espone al rischio e al ritiro.

3 Grandi banche, giudicate sicure del fatto loro, tanto da essere vissute come inaffondabili che invece affondano e buttano a mare il carico a partire dall'equipaggio!

4 Multinazionali dotate di grande profittabilità, ogni loro azione o obbligazione sembra economicamente onorevole e onorata ma che, alla prova dei fatti o alla lunga, si rivela non solo

non essere tale ma addirittura prossima alla truffa!

5 Aziende semplicemente solide in cui qualcuno scappa con il denaro o lo nasconde affrontando processi interminabili dai quali sembra uscire vincitore o (molto) poco perdente.

6 Imprese di grande successo e impatto grazie al benvolere della politica che con interesse intercede spesso e volentieri in loro favore o soccorso, con grande danno sociale.

7 Patrimoni personali enormi di imprenditori, finanzieri, capitani d'industria di attività già finite o fallite reinvestiti in attività finanziarie globali non del tutto chiare e con margini di guadagno impossibili per il 99,9% della popolazione mondiale.

8 Stati sovrani che si comportano come tali - nel senso di monarchi – nei confronti dei contribuenti ordinari e come questi ultimi nei confronti di semplici imprese pur di grandi dimensioni.

9 Contratti finanziari ideati per non dare ma per trattenere il capitale il più a lungo possibile senza pagare interessi.

Lo slide show potrebbe andare avanti all'infinito perché gli esempi e i fatti sottostanti si moltiplicano.

A questo punto, dotati di logica ordinaria, saremmo indotti a pensare che allora è vero che non bisogna allontanarsi dalla legge di necessità, non fidandosi di nessuno e cercando a nostra volta di metterci in una posizione di vantaggio relativo da cui non possiamo essere stanati se non a colpi di impugnazione contrattuale.

Eppure tutti questi fatti sono proprio avvenuti in regime di necessità e non di fiducia: se non è corretto affermare che essi sono derivati esattamente dalla mancanza di fiducia e dalla percezione negativa dei rapporti umani sottostanti ai contratti, è però doveroso osservare che i due appena citati elementi sono almeno implicati nel clima in cui il danno si verifica.

Se non posso fidarmi del mio socio, come posso avviare un'impresa con lui?

Se non ci sono rapporti vicini all'amicizia per la gestione di un'attività quali probabilità ho di superare le naturali difficoltà che ogni impresa porta in dote, dai casini semplici banalmente legati all'ordinarietà fino alle tegole difficilmente prevedibili?

D'altra parte, non è con il condonarsi quasi tutto come spesso gli amici, (quelli veri), fanno, che si può avviare e promuovere un'attività commerciale ed economica: ci sono degli impegni da assumere, delle azioni da portare a buon fine e delle pratiche da seguire, senza i quali comunque l'agire economico rimane vano nei propositi e negli obiettivi.

LA STORIA DELL’ECONOMIA È UNA STORIA UMANA

La storia dell'economia è solo una storia umana e non è, né deve essere, una brutta storia con il finale “e tutti rimasero falliti e scornati tranne uno o pochi che si salvarono scappando con il malloppo”:

È una storia di relazioni, come tutte le altre, in cui le aspettative, i processi decisionali, le incongruenze, le debolezze, le grandezze determinano i fatti che, spesso dopo attenta analisi, derivano non dalle azioni ma dalle qualità impiegate veramente.

Queste preesistono alle intenzioni forgiandole.

L'intenzione poi influenza il processo decisionale che risulta dotato di ulteriori qualità determinate in buona sostanza dalle stesse qualità dei gruppi umani toccati in qualche modo dalle relazioni che intervengono: su queste piovono anche le opportunità, i modi di pensare comuni, le eccezionalità di certi che condizionano in un senso o nell'altro.

Ed ecco arrivare i fatti.

Questi non sono stati dettati da una necessità ma da una complessità di relazioni non negative di per loro ma facenti capo a nodi stretti e tirati con determinate qualità.

Di queste si deve parlare se si vuole costruire qualcosa di solido e l'economia non fa eccezione, anzi: è la prima disciplina a dover essere sociale, necessariamente.









Francesco Bernabei


Credits Eunomica (Pria Biella, Soprana, Bordighera, Place Messena, Museo Martini Pessione, Bonda, Museo Gran San Bernardo, Lampioni Chiavari – B. Saccagno). Vettorialigratis.it (Pittogram signs – All Silhouettes; 30 icone educazione scuola educational icon set)