martedì 31 marzo 2015

Riso Giglio, coltivato a Casaleggio (No) - Eunomica e l'agricoltura residuale





"Gaudentem patrios findere sarculo
agros Attalicis condicionibus
numquam demoveas..."

                                                     Orazio, Odi



Descrizione

Si tratta di un riso tipo basmati, (riso cosiddetto “profumato”), riconoscibile per il chicco stretto e allungato. Seminato in aprile 2014 e raccolto in ottobre, ha subito un trattamento di concimazione convenzionale in agosto: è stato seminato e diserbato a mano. È stato raccolto a macchina e successivamente essiccato ma non lavorato, conservando così tutte le glume esterne (la lolla).



Come Associazione Eunomica abbiamo partecipato a questo esperimento perché volevamo indagare quella che abbiamo definito “agricoltura residuale”: il nostro scopo era quello di capire se risultasse possibile coltivare un campo di riso – una delle coltivazioni agronomiche più impegnative - con impatto di energie minime e con un risultato accettabile, non avvalendoci di coltivatori diretti ma solo di cittadini appassionati e con impiego minimo di tempo.

Il riso ricavato, lo abbiamo tenuto poi completamente grezzo, per sperimentare piatti e ricette diversamente non realizzabili, per via della quantità di diserbanti e concimi che, di solito, rimangono sulle glume esterne e che non possono essere facilmente tolti. Questo riso non può essere definito “biologico” perché non proviene da un campo adeguato, né poteva essere sottoposto a certificazione. Nemmeno lo possiamo chiamare non trattato perché ha subito almeno un trattamento convenzionale: dato però che il numero dei trattamenti ordinari è di 14 per anno di cui almeno una decina sulle piante del riso, ci sentiamo di dire che quello che abbiamo ottenuto, è un prodotto decisamente poco trattato e adeguato ai nostri scopi. Resta inteso che non è un prodotto destinato alla vendita e che noi abbiamo ricevuto direttamente dai coltivatori che lo hanno prodotto, a titolo di “assaggio” e esattamente allo stesso titolo noi lo mettiamo a disposizione di chi vuole sperimentarlo.




Uso in cucina



Data l'integrità del chicco, i possibili impieghi in cucina sono diversi:

1)     Germogli, (in insalata, minestra o altro) siccome è presente l'embrione (il germe), si riesce ad ottenere il germoglio come si fa con il grano o la soia;

2)     Rejuvelac: si tratta dell'acqua di vegetazione in cui si sono messi a germinare i chicchi di riso. Procedendo come di consueto per la germinazione dei semi, dopo un paio di giorni a germinazione avviata, si conserva l'acqua che avrà una consistenza diversa dal solito, per le sostanze liberate dai semi e per il sapore acre e piccantino, accompagnato da un che di frizzante. Quest’acqua di vegetazione si può usare come base per molte preparazioni (brodi, zuppe, etc) meglio se al freddo: ci sarà un odore pungente ma non ignoto e sgradevole a chi è uso ai germogli da insalata;

3)     Latte di riso integrale: si mette a bollire il riso come nella preparazione del latte di riso normale ma avendo qui l'accortezza di togliere le scorze non appena cominciano a salire, filtrando poi il tutto;

4)     Sfarinato (polenta, latte di riso, minestra, etc): per mezzo di un potente mixer (con un motore superiore ai 500 Watt) si procede a tritare il riso. Si formerà un tritello misto con chicchi simili a quelli brillati e diverse scorze: si può setacciare il tutto per togliere parte delle scorze. Quello che rimane può essere ritritato fino a consistenza farinosa oppure lasciare un titolo di cruschello cioè con alcune scorze. Così può essere impiegato per i diversi piatti tipici del riso tradizionale, sapendo però che il sapore di questo riso sarà molto più forte del normale, in quanto la crusca conserva una parte di sostanza molto profumata e, onestamente, non gradevole per tutti: il latte di riso che si ottiene con lo sfarinato può essere ricavato a freddo e, in seguito, usato per preparazioni vegane come minestre fredde etc-;

5)     Tal quale (risottato o bollito): non è da tutti accettato ma è possibile anche consumarlo così com'è, le bucce conservate integralmente non piacciono quasi a nessuno ma va detto che possiedono una tale potere detergente sull'intero apparato digerente (dai denti fino al colon) che non sarà inutile ogni tanto fare lo sforzo di mangiare (forse “assumere” sarebbe più indicato) un piatto del genere;

6)     Polpette/polente/pasta/pane: insieme ad altre farine lo sfarinato può essere impiegato alla pari di altre farine, in quantità variabile a seconda del risultato che si intende ottenere e sempre tenendo conto del sapore che non è veramente mai indifferente al palato

Stiamo procedendo anche con altri esperimenti ma sono ancora troppo ai loro inizi. 
Per poter parlare dei risultati: se vi interessa, vi faremo sapere.












Francesco Bernabei
Presidente Eunomica APC



Intervista ad Alessandro Brandoni




C.T.A. Piemex



Vuoi scioglierci l’acronimo C.T.A. e spiegarci in cosa consiste la tua professione?

«Uno dei tanti elementi di valore che risiede nel progetto Piemex.net è anche quello di avere creato nuove figure professionali, completamente inedite nel panorama lavorativo. Da qui l’esigenza di elaborare, mi si passi il termine, una vera e propria tassonomia dedicata che consentisse di catalogare nuove realtà operative. Nella fattispecie CTA è acronimo di Community Trade Advisor che potrebbe essere tradotto in “facilitatore di scambi territoriali” ma io sono più affezionato alla definizione di “costruttore di comunità”. Si tratta di mettere in relazione imprese locali, liberi professionisti, famiglie e operatori del terzo settore stimolandoli a condividere valori e regole e ad adottare strumenti che consentano loro di essere più forti e resilienti di fronte all’aggressione economico sociale che quotidianamente siamo costretti a subire».


Piemex è un circuito di credito commerciale, come funziona nella realtà un circuito di questo tipo?

«Partiamo da uno dei problemi: la mancanza di liquidità, il denaro che non circola a sufficienza e che quindi non consente la corretta dinamizzazione di scambi di beni e servizi.
Aziende che non riescono a lavorare a pieno regime, che devono rinunciare a vendite per evitare rischio insoluti e conseguentemente tagliano sui costi alimentando un circolo vizioso che rende sempre più scarsa la massa monetaria circolante. In questo caso invece le aziende si fanno credito reciprocamente perché in Piemex il credito contabile diventa immediatamente monetizzabile e può essere speso per acquisti aziendali e personali. Le aziende possono addirittura cominciare ad acquistare prima di aver acquisito crediti e ripagare in seguito con vendite aggiuntive a nuovi clienti.
In pratica si crea un mercato complementare parallelo e aggiuntivo a quello tradizionale dove le imprese trovano la possibilità di scambiare tra di loro i beni e i servizi che il mercato “euro” non riesce ad assorbire. Il tutto attraverso una camera di compensazione (clearing house) dove i rapporti di debito-credito si sommano algebricamente a somma “zero”».


Piemex nasce dall’esperienza di Sardex, di cui è diretta emanazione, com’è nato il progetto e come si sta sviluppando?

«Piemex è il Sardex in “bagna cauda”. È una semplificazione un po’ cialtrona ma consente di trasferire in maniera chiara il concetto che il progetto declinato sul territorio piemontese riprende nella sua essenza gli aspetti fondanti che già risiedono nell’iniziativa dei nostri fratelli maggiori isolani.
Nasce grazie all’intuito e la determinazione di alcuni imprenditori torinesi che, appresa la volontà di Sardex di esportare il modello in altre regioni, si sono resi disponibili a replicare l’esperienza sul territorio piemontese. I risultati ci stanno dando ragione poiché l’interesse e la curiosità verso un nuovo modo di ripensare il sistema economico è giorno dopo giorno crescente».
  

In Italia è difficile modificare abitudini consolidate anche se nel cambio si trarrebbero innumerevoli vantaggi.
Non è facile, proprio per il contesto culturale di riferimento, far comprendere agli imprenditori stessi che un circuito di credito come Piemex aumenta le potenzialità e le disponibilità economiche, grazie ad un meccanismo molto semplice, dando nuovo ossigeno alla propria attività senza dover ricorrere ai tradizionali sistemi finanziari.
Quali sono i vantaggi per un’impresa che sceglie Piemex?

«La difficoltà maggiore consiste nel trovare imprenditori disposti ad aprirsi alla comprensione del progetto. Coloro che si avvicinano senza preconcetti o eccessive diffidenze invece ravvisano immediatamente le potenzialità di un progetto che consente per esempio di liberare liquidità, ottenere fatturato aggiuntivo, diminuire la propria esposizione bancaria, migliorare il cash flow aziendale e azzerare i tempi di pagamento. Inoltre nel mercato Piemex si creano relazioni e connessioni che generano valore sociale e culturale».


La crisi contingente sta paralizzando il paese. C’è bisogno di rivedere i modelli e di cambiare il sistema socio economico e culturale attuale se si vuole progettare un futuro migliore e più sostenibile.
I circuiti di credito e le monete alternative sono sicuramente strumenti interessanti per rimettere in circolo il capitale e le risorse.
Eppure, nonostante siano perfettamente legali e funzionino benissimo, c’è ancora una sorta di diffidenza verso questi sistemi, sebbene, in realtà siano pratiche antiche ed assodate, anche se riviste in chiave moderna.  Dovrebbe essere chiaro e noto a tutti come funzionano, invece non è così.
Quali sono le principali diffidenze ed i dubbi che sono più diffusi - spesso dettati dalla “non conoscenza” - circa monete alternative e circuiti di credito, stando alla tua esperienza diretta e quotidiana sul campo?

«Dici bene: la “non conoscenza”. Viviamo in un sistema che ci porta a dubitare di tutto ciò che non è veicolato dall’informazione generalista. Però cominciano ad esserci sempre più persone che si informano attraverso canali alternativi e questo consente loro di acquisire conoscenza e maggiore consapevolezza.
Il nostro compito è intercettare queste figure e partendo da loro creare un effetto emulazione in chi ancora oggi resta alla finestra.
Ti posso assicurare che accanto ai tanti imprenditori che trattano il progetto con sufficienza o  “ascoltano” con malcelata sopportazione ce ne sono altri a cui brillano gli occhi e sembra ti dicano che non aspettavano altro!».


Quali sono, secondo te, eventuali elementi di miglioramento del sistema Piemex, per renderlo ancora più funzionale e per aumentarne valore e potenzialità?

«Noi stiamo seguendo il percorso fatto in Sardegna, con il supporto e la conoscenza di chi ha già vissuto l’esperienza fin dall’inizio. I miglioramenti sono insiti nel percorso di crescita.
È evidente che con l’incremento della piattaforma di aziende presenti nel circuito si moltiplicano benefici e potenzialità e conseguentemente ci si potrà dotare di ulteriori strumenti operativi che potranno rendere il modello sempre più efficiente.».


Questa lunga crisi ha fiaccato fiducia, risorse e spirito, però, sembra che in questo ultimo periodo qualche cosa stia cambiando e ci sia un ritorno alla concretezza ed alla voglia di unire le forze per creare e crescere insieme, cambiando le visioni.
Incontrando ogni giorno imprenditori, in territori diversi, vedi anche tu margini di cambiamento oppure le cose nella realtà sono diverse?

«Ti confermo che c’è la voglia e il desiderio di partecipare a qualcosa di nuovo e diverso.
Si tratta solo di individuare modi e strumenti. Piemex offre una risposta a questa esigenza».


Vuoi darci la tua personale definizione di “economia”?

«Bella domanda. Credo che risalire alle radici etimologiche della parola aiuti a comprendere, per esempio, che “le regole della casa” hanno poco a che fare con grafici, equazioni matematiche ed indici di borsa.
Penso che ci sia stato un tentativo, riuscito, di espropriare il cittadino comune della facoltà di comprendere i meccanismi economici rendendoli ostici e complicati e quindi alimentando in ciascuno di noi l’intenzione di delegare ad altri il compito di entrare nei meandri di questa materia che si è voluta far percepire come complicatissima e inavvicinabile.
In realtà l’economia ha molto più a che vedere con i rapporti sociali, è filosofia, storia, geografia… cosa dici, si potrebbe sintetizzare ne “i conti della serva”?».


Cos’è una “moneta” e quale valore reale, intrinseco ed estrinseco, ha, o dovrebbe avere, in un contesto socio economico e culturale sano?

«Attenzione!
Stiamo parlando di un dogma  e ovviamente io ne ho una visione “eretica”…
Ho messo nero su bianco una riflessione che titola: “La moneta buona si ispira alla natura” che, per chi vuole, è disponibile sulla mia pagina FB. Alla moneta universalmente vengono attribuite tre funzioni:  mezzo di scambio, unità di conto, riserva di valore. Basterebbe sostituire la parola “riserva” con “misura” e buona parte dei nostri problemi sarebbe risolta.
Inoltre dovrebbe essere sempre disponibile, non emessa a debito e soprattutto non gravata da interesse. Può chiamarsi Euro, Lira o Sesterzio ma se non risulta chiaro a tutti che il vero valore risiede nella nostra capacità di produrre beni e servizi continueremo a subire passivamente le scelte di chi detiene il monopolio della moneta tradizionalmente intesa».










martedì 17 marzo 2015

A.A.A. IDEE CERCASI PER I NAVIGLI – Partecipa al concorso di idee per le Scuole Primarie e Secondarie di I grado










Eunomica è partner organizzativo e supporto tecnico didattico per il concorso A.A.A- IDEE CERCASI PER I NAVIGLI proposto dagli artisti Luciano Maciotta e Daniele Basso in collaborazione con Navigli Lombardi Scarl dedicato alle scuole primarie e secondarie di primo grado di Milano.
Un concorso di idee, dedicato alla progettazione, alla creatività e al design visti attraverso una visione sostenibile e consapevole che arricchisce il territorio ed il contesto sociale.


Aspettiamo le vostre idee ragazzi!

Leggete tutto, scaricate il bando e partecipate numerosi!


Navigli Lombardi presenta in collaborazione con Eunomica e con il patrocinio di Regione Lombardia e del Consiglio di Zona 6 del Comune di Milano, il progetto degli artisti Luciano Maciotta e Daniele Basso: Arte&Energia Navigliun concorso di idee per le Scuole Primarie e Secondarie di I grado.


SCARICA IL BANDO


martedì 3 marzo 2015

Energia dai pomodori, dalle patate, dai limoni





Dopo aver sperimentato la capacità di generare energia dei limoni e delle patate, l’artista Luciano Maciotta ha provato a testare se anche i pomidoro hanno le stesse proprietà.


Con un semplice esperimento, eseguito nel suo laboratorio di Monza, ha creato un sistema acelle, simile a quello voltiano a corona di tazze, per misurare quanta corrente si può produrre.


Guarda il video 



Occorrente per l’esperimento:

Pomidoro:

Bicchieri Plastica
Una scatola di pomidoro pelati da 400 gr.
1 Led rosso
Due Elettrodi (Rame e Zinco)
Fili elettrici di Collegamento
1 Tester digitale

Patate e Limoni:

1 Led Rosso
Due Elettrodi (Rame e Zinco)
Fili elettrici di Collegamento
1 Tester digitale

Esperimento:


Ogni bicchiere è una cella che contiene due elettrodi, uno di rame ed uno di zinco, e della polpa di pomidoro, ogni cella è collegata in serie all’altra da fili elettrici, come nel sistema a corona di tazze voltiana.

Idem con patate e limoni, in   questo caso gli elettrodi sono inseriti direttamente nella polpa.

Le 4 celle alimentano 1 LED rosso.

Prima di collegare il LED è stata misurata con un Tester digitale la tensione prodotta dalle tazze, è risultato essercene 3,87 Volt, perché la soluzione acida contenuta nella polpa dei pomidoro sviluppa una reazione elettrochimica secondo il Principio di Volta, da lui scoperto nel 1800.

È possibile concludere che i pomidoro, così come patate e limoni, generano energia elettrica.

Considerato che c’è energia, le 4 celle sono state collegate direttamente ad 1 LED di colore rosso.

Il LED si accende.

Quanta corrente passa?

Per capirlo è stata effettuata una misurazione con il Tester digitale: ne risultano 0,65 mA (milliampere), che andrà lentamente a ridursi fino ad arrivare a zero quando sarà cessata l’energia elettrica prodotta dai pomidoro.

Il LED è rimasto acceso senza interruzione per più di 100 ore.

Naturalmente non è più possibile riutilizzare la polpa di pomidoro dopo l’esperimento, questa deve essere correttamente smaltita.


Considerazioni:

Energia dalla Terra: limoni, patate e pomodori elettrici

Nel contesto attuale associare della materia vivente (frutta e ortaggi) a del materiale inerte (ad es. due metalli come rame e zinco) per produrre elettricità si può considerare un’opportunità straordinaria.

I due elettrodi di metallo vengono utilizzati per raccogliere la corrente prodotta dalla reazione elettrochimica, mentre l’elettrolita è la soluzione acquosa degli acidi che si trovano in ogni frutto e verdura.

L’idea è interessante a livello concettuale, ma non solo.

Le batterie “naturali”, così chiamate proprio per l’utilizzo di vegetali per produrre elettricità, presentano due limiti: il deperimento fisico (frutta e verdura hanno un ciclo vitale ben delimitato che li porta in tempi brevi alla marcescenza); la portata limitata dell’energia disponibile che producono.

Questa seconda affermazione però, grazie alla crescente diffusione di utenze elettriche ed elettroniche a maggiore efficienza e quindi a basso consumo (come, ad esempio, i LED, ma più in generale tutta l’elettronica – es. lampadine a basso consumo, etc -), può favorire una riconsiderazione del problema dei “limiti” oggettivi delle batterie “naturali” e ripensare, grazie anche alle continue e costanti innovazioni dedicate al risparmio energetico e ad una sempre maggiore attenzione alla riduzione dei consumi, alla possibilità di un loro utilizzo per determinate applicazioni progettate per un uso più ampio delle batterie “naturali”, oltre i confini della didattica o del semplice hobby.

Sotto il profilo energetico le prove eseguite nel mio laboratorio mostrano che due sono i fattori di primaria importanza: il frutto; come viene utilizzato nel processo.

Ad esempio, con la patata bollita si ottengono quantità di energia superiori di 10 volte a quella ottenuta dai limoni utilizzati al naturale.

Ho potuto constatare, inoltre, che se si inserisce sull’elettrodo di rame un strato di sostanza depolarizzante (che assorbe l’idrogeno che si sviluppa in forma gassosa sull’elettrodo) è possibile aumentare di 7-8 volte l’energia prodotta dai limoni usati al naturale senza depolarizzante.

Le prove sui pomidoro in polpa mostrano che l’energia prodotta aumenta di 3-4 volte rispetto a quella ottenuta con l’impiego dei frutti al naturale.

L’energia prodotta in tutte queste prove (da 2 a 20 mAh) naturalmente è ancora decisamente inferiore a quella prodotta dalle tradizionali batterie commerciali, per fare un esempio: una piccola batteria da orologio, del diametro 10 mm, possiede un’energia di 170 mAh.

Ma sicuramente se le industrie si dedicassero alla ricerca e alla sperimentazione in questo campo le batterie “naturali” potrebbero diventare un’alternativa, almeno per alcuni settori e per certe applicazioni, alle batterie commerciali.

E potrebbe certo essere un bel risultato per l’uomo e l’ambiente.


Approfondimenti



Energia dai Limoni. Ennio Bertrand e la ricerca artistica sull’energia solare, di E. Pagni, in Architettura Sostenibile, 21/04/2010 http://www.architetturaecosostenibile.it/curiosita/varie/energia-limoni-ennio-bertrand-arte-sole-037.html

Installazione dell’americano  Amos Letteier  con patate crude, Portland (Oregon), 2000 http://latteier.com/potato

Where there a potato, there could be light, di G. K. Hoffman, in Israel 21C, 20/09/2010, http://www.israel21c.org/environment/where-theres-a-potato-there-could-be-light/

The israeli potato battery,  in New Energy News, di J. Dacey, 16/01/2011, http://newenergynews.blogspot.it/2011/01/israeli-potato-battery.html

Pomme de  parterre, installazione realizzata da   MoiMoi Design’s Angela Iarocci and Claire Ironside and David K. Ross, e con Peter Flemming, Garrett Pittenger e Ted Kesik, in occasione del International Garden Festival Jardin de Metis, Quebec (Canada), 2007, http://www.inferstructure.net/Pomme-de-parterre

 Capri battery,  installazione realizzata da Joseph Beuys , http://www.wikiart.org/en/joseph-beuys/capri-battery-1985-1

Come produrre energia elettrica, di A. De Simone, in Ideegreen, http://www.ideegreen.it/come-produrre-energia-elettrica-248.html



Luciano Maciotta











Barbara Saccagno