martedì 31 marzo 2015

Intervista ad Alessandro Brandoni




C.T.A. Piemex



Vuoi scioglierci l’acronimo C.T.A. e spiegarci in cosa consiste la tua professione?

«Uno dei tanti elementi di valore che risiede nel progetto Piemex.net è anche quello di avere creato nuove figure professionali, completamente inedite nel panorama lavorativo. Da qui l’esigenza di elaborare, mi si passi il termine, una vera e propria tassonomia dedicata che consentisse di catalogare nuove realtà operative. Nella fattispecie CTA è acronimo di Community Trade Advisor che potrebbe essere tradotto in “facilitatore di scambi territoriali” ma io sono più affezionato alla definizione di “costruttore di comunità”. Si tratta di mettere in relazione imprese locali, liberi professionisti, famiglie e operatori del terzo settore stimolandoli a condividere valori e regole e ad adottare strumenti che consentano loro di essere più forti e resilienti di fronte all’aggressione economico sociale che quotidianamente siamo costretti a subire».


Piemex è un circuito di credito commerciale, come funziona nella realtà un circuito di questo tipo?

«Partiamo da uno dei problemi: la mancanza di liquidità, il denaro che non circola a sufficienza e che quindi non consente la corretta dinamizzazione di scambi di beni e servizi.
Aziende che non riescono a lavorare a pieno regime, che devono rinunciare a vendite per evitare rischio insoluti e conseguentemente tagliano sui costi alimentando un circolo vizioso che rende sempre più scarsa la massa monetaria circolante. In questo caso invece le aziende si fanno credito reciprocamente perché in Piemex il credito contabile diventa immediatamente monetizzabile e può essere speso per acquisti aziendali e personali. Le aziende possono addirittura cominciare ad acquistare prima di aver acquisito crediti e ripagare in seguito con vendite aggiuntive a nuovi clienti.
In pratica si crea un mercato complementare parallelo e aggiuntivo a quello tradizionale dove le imprese trovano la possibilità di scambiare tra di loro i beni e i servizi che il mercato “euro” non riesce ad assorbire. Il tutto attraverso una camera di compensazione (clearing house) dove i rapporti di debito-credito si sommano algebricamente a somma “zero”».


Piemex nasce dall’esperienza di Sardex, di cui è diretta emanazione, com’è nato il progetto e come si sta sviluppando?

«Piemex è il Sardex in “bagna cauda”. È una semplificazione un po’ cialtrona ma consente di trasferire in maniera chiara il concetto che il progetto declinato sul territorio piemontese riprende nella sua essenza gli aspetti fondanti che già risiedono nell’iniziativa dei nostri fratelli maggiori isolani.
Nasce grazie all’intuito e la determinazione di alcuni imprenditori torinesi che, appresa la volontà di Sardex di esportare il modello in altre regioni, si sono resi disponibili a replicare l’esperienza sul territorio piemontese. I risultati ci stanno dando ragione poiché l’interesse e la curiosità verso un nuovo modo di ripensare il sistema economico è giorno dopo giorno crescente».
  

In Italia è difficile modificare abitudini consolidate anche se nel cambio si trarrebbero innumerevoli vantaggi.
Non è facile, proprio per il contesto culturale di riferimento, far comprendere agli imprenditori stessi che un circuito di credito come Piemex aumenta le potenzialità e le disponibilità economiche, grazie ad un meccanismo molto semplice, dando nuovo ossigeno alla propria attività senza dover ricorrere ai tradizionali sistemi finanziari.
Quali sono i vantaggi per un’impresa che sceglie Piemex?

«La difficoltà maggiore consiste nel trovare imprenditori disposti ad aprirsi alla comprensione del progetto. Coloro che si avvicinano senza preconcetti o eccessive diffidenze invece ravvisano immediatamente le potenzialità di un progetto che consente per esempio di liberare liquidità, ottenere fatturato aggiuntivo, diminuire la propria esposizione bancaria, migliorare il cash flow aziendale e azzerare i tempi di pagamento. Inoltre nel mercato Piemex si creano relazioni e connessioni che generano valore sociale e culturale».


La crisi contingente sta paralizzando il paese. C’è bisogno di rivedere i modelli e di cambiare il sistema socio economico e culturale attuale se si vuole progettare un futuro migliore e più sostenibile.
I circuiti di credito e le monete alternative sono sicuramente strumenti interessanti per rimettere in circolo il capitale e le risorse.
Eppure, nonostante siano perfettamente legali e funzionino benissimo, c’è ancora una sorta di diffidenza verso questi sistemi, sebbene, in realtà siano pratiche antiche ed assodate, anche se riviste in chiave moderna.  Dovrebbe essere chiaro e noto a tutti come funzionano, invece non è così.
Quali sono le principali diffidenze ed i dubbi che sono più diffusi - spesso dettati dalla “non conoscenza” - circa monete alternative e circuiti di credito, stando alla tua esperienza diretta e quotidiana sul campo?

«Dici bene: la “non conoscenza”. Viviamo in un sistema che ci porta a dubitare di tutto ciò che non è veicolato dall’informazione generalista. Però cominciano ad esserci sempre più persone che si informano attraverso canali alternativi e questo consente loro di acquisire conoscenza e maggiore consapevolezza.
Il nostro compito è intercettare queste figure e partendo da loro creare un effetto emulazione in chi ancora oggi resta alla finestra.
Ti posso assicurare che accanto ai tanti imprenditori che trattano il progetto con sufficienza o  “ascoltano” con malcelata sopportazione ce ne sono altri a cui brillano gli occhi e sembra ti dicano che non aspettavano altro!».


Quali sono, secondo te, eventuali elementi di miglioramento del sistema Piemex, per renderlo ancora più funzionale e per aumentarne valore e potenzialità?

«Noi stiamo seguendo il percorso fatto in Sardegna, con il supporto e la conoscenza di chi ha già vissuto l’esperienza fin dall’inizio. I miglioramenti sono insiti nel percorso di crescita.
È evidente che con l’incremento della piattaforma di aziende presenti nel circuito si moltiplicano benefici e potenzialità e conseguentemente ci si potrà dotare di ulteriori strumenti operativi che potranno rendere il modello sempre più efficiente.».


Questa lunga crisi ha fiaccato fiducia, risorse e spirito, però, sembra che in questo ultimo periodo qualche cosa stia cambiando e ci sia un ritorno alla concretezza ed alla voglia di unire le forze per creare e crescere insieme, cambiando le visioni.
Incontrando ogni giorno imprenditori, in territori diversi, vedi anche tu margini di cambiamento oppure le cose nella realtà sono diverse?

«Ti confermo che c’è la voglia e il desiderio di partecipare a qualcosa di nuovo e diverso.
Si tratta solo di individuare modi e strumenti. Piemex offre una risposta a questa esigenza».


Vuoi darci la tua personale definizione di “economia”?

«Bella domanda. Credo che risalire alle radici etimologiche della parola aiuti a comprendere, per esempio, che “le regole della casa” hanno poco a che fare con grafici, equazioni matematiche ed indici di borsa.
Penso che ci sia stato un tentativo, riuscito, di espropriare il cittadino comune della facoltà di comprendere i meccanismi economici rendendoli ostici e complicati e quindi alimentando in ciascuno di noi l’intenzione di delegare ad altri il compito di entrare nei meandri di questa materia che si è voluta far percepire come complicatissima e inavvicinabile.
In realtà l’economia ha molto più a che vedere con i rapporti sociali, è filosofia, storia, geografia… cosa dici, si potrebbe sintetizzare ne “i conti della serva”?».


Cos’è una “moneta” e quale valore reale, intrinseco ed estrinseco, ha, o dovrebbe avere, in un contesto socio economico e culturale sano?

«Attenzione!
Stiamo parlando di un dogma  e ovviamente io ne ho una visione “eretica”…
Ho messo nero su bianco una riflessione che titola: “La moneta buona si ispira alla natura” che, per chi vuole, è disponibile sulla mia pagina FB. Alla moneta universalmente vengono attribuite tre funzioni:  mezzo di scambio, unità di conto, riserva di valore. Basterebbe sostituire la parola “riserva” con “misura” e buona parte dei nostri problemi sarebbe risolta.
Inoltre dovrebbe essere sempre disponibile, non emessa a debito e soprattutto non gravata da interesse. Può chiamarsi Euro, Lira o Sesterzio ma se non risulta chiaro a tutti che il vero valore risiede nella nostra capacità di produrre beni e servizi continueremo a subire passivamente le scelte di chi detiene il monopolio della moneta tradizionalmente intesa».










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