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giovedì 24 novembre 2016

Ratio et Opus



Antefatto


La contemporaneità è imbibita di “crisi”, una parola che ormai ha assunto una sua entità fisica, palpabile nella quotidianità di ogni singolo essere, vivente o inerte che sia (pare che nessuno ne sia escluso). La “crisi” ha permeato la realtà di una patina vischiosa e grigiastra che soffoca la fiducia e inibisce le reazioni e le energie. 

Eppure, questa parola in sé non ha una connotazione prettamente negativa, anzi, favorisce la creatività e il cambiamento, per esempio per le Scienze Sociali è “il passaggio da una condizione di stabilità a una di variabilità negli equilibri istituzionali e culturali di un sistema sociale” (Enciclopedia OnlineTreccani,  v. Crisi), un passaggio dunque; è un semplice cambio di status e a ben pensare si può focalizzarlo come un corridoio da attraversare con consapevolezza, non certo come una palude soffocante che impantana.


Ma se facciamo un salto indietro, là dove la cultura era il fulcro centrale di ogni atto umano e filosofeggiare era un valore etico e morale imprescindibile, nella latinità, “crisi” è qualcosa di ancora più profondo, dall’intrinseco valore positivo, ossia il momento della scelta oppure quello della risoluzione di uno stato di malattia, cioè stringi stringi la soluzione, non il problema… (Vocabolario Online Treccani, v. Crisi  dal lat. crisis, gr. κρίσις «scelta, decisione, fase decisiva di una malattia», der. di κρίνω «distinguere, giudicare»” IL – Castiglioni Mariotti, Dizionario Italiano-Latino, v. latina Crisisrisoluzione di una malattia”).

                                                                                                                                  





#pillole #eunomia #eunomica #semplicità #latino #laconoscenzafaladifferenza #dialogo #collaborazione #idee #ratioetopus

photo by https://www.flickr.com/photos/141531339@N03/

mercoledì 16 novembre 2016

Erasmus Plus al Bona


                                                                                Mercoledì 09 Novembre 2016


Istituto Eugenio Bona, Biella

Vi state domandando cosa ci fa Eunomica al Bona? 
Vi chiederete che ci fanno questi frikkettoni che parlano di Eunomia nella scuola dove regna l’economia?

A scanso di equivoci, per incominciare posso dire che io, che sto scrivendo, il mio legame ce l’ho, il mio vecchio istituto è stato fuso ed accorpato – tecnicamente parlando -, per cui è un po’ come tornare a scuola (fra l’altro molti dei miei vecchi professori ci sono ancora…). Poi, ci preme (a tutti noi eunomici) sottolineare che siamo proprio nel luogo deputato per avviare un dialogo interagente (cioè, che agisce con gli agenti partecipanti, in “soldoni” noi, persone presenti alla giornata) che si propone di trovare le giuste domande per avviare un processo di cambiamento che smantelli obsoleti paradigmi consolidati.


Ma non siamo qui a farvi il pippone, se è pur vero che Eunomica tiene con particolare cura alla formazione non abbiamo niente a che fare con ingessati professionisti dalla voce impostata e dallo sguardo di quello “che la sa lunga, perché le sa tutte”, perciò tagliamo corto e andiamo diretti al cuore del racconto. Ci piace dialogare apertamente inter pares, ognuno mette in campo idee, concetti, azioni, processi, suggestioni e creatività da condividere, per progettare e costruire insieme possibili percorsi andando a sommare il positivo, per trovare la via ad oggi migliore dalla quale partire. 


Ci piace rompere il ghiaccio con l’empatia, con una battuta e un sorriso aperto, questo mette tutti sullo stesso piano creando un’atmosfera rilassata e meno accademica (che metterebbe anche noi in un certo imbarazzo per mancanza di standing baronale); dobbiamo esser sinceri noi ci siamo giocati pure una carta in più: il compleanno della nostra ingegnere eunomico, Claudia. Condividere è anche questo, non solo progettualità!

Potevate pure farmi notare, interrompendomi prima, che non ho rispettato le 5 W di apertura: avete ragione! Cosa ci facevamo là non l’ho ancora detto. Riparto da qui: Grazie ad una fortuita coincidenza del destino (o forse sotto il segno della nostra cara Eunomia, che ci sorveglia benevola dal suo punto di vista privilegiato a volo d’uccello)  ci siamo interfacciati un anno fa con il Prof. Lannino e dialogando tra noi in varie occasioni, da prof sopra le righe quale è,  si è accollato la responsabilità di invitarci all'Istituto Bona di Biella (che ringraziamo anche nella figura istituzionale della Preside Raffaella Miori - scusate la mia vetustà ma ai miei tempi questa era la qualifica -  per averci accolti in questo storico istituto biellese) per partecipare ad una sessione di un progetto Erasmus Plus dedicato al cambiamento sostenibile, dove sono coinvolti, in un ciclo biennale, scuole provenienti da 5 paesi europei (Italia, Turchia, Olanda, Lituania, Polonia).

Per noi una splendida opportunità che abbiamo accolto con piacere e buona energia, superando anche la nostra titubanza nel riuscire ad esprimere i contenuti eunomici in modo comprensibile in anglossone idioma. Un po’ perché si era leggermente "fuori uso" nel dialogo diretto in lingua, un po’ perché a volte dobbiamo anche italica madrelingua pensare con attenzione alle parole da scegliere per raccontare i valori di Eunomia. La fortuna in questi casi è proprio quella di dover tutti adottare una lingua comune che non ha le stesse sfumature - che si colorano di suoni e di costrutti diversi a seconda dei suoni fonetici della propria nazione di provenienza - si è, perciò, tutti sulla stessa barca. Se manca un termine, scappa dalla mente proprio quando più servirebbe, ci si dà una mano per comprendersi e alla fine, quasi per magia, più per empatia, ci si capisce con un sorriso. Siamo umani su uno stesso piano, semplici "dialogatori", persone che ascoltano, dialogano, si confrontano per imparare, non certo per insegnare certezze, reciproci doni che mettono in circolo idee, punti di vista ed esperienze. Si sta mettendo in una scatola condivisa gli elementi che saranno alla base dei percorsi che si andranno a costruire insieme, in condivisione, ossia condividendo la visione.



Attorno ad un tavolo, di lavoro e conviviale, visitando un luogo, mettendoci in gioco, dialogando sono nati tanti spunti, condivisioni e riflessioni aperte, certamente è per noi un momento arricchente, di cui facciamo tesoro a livello umano, energetico, progettuale e di ideazione.

Inoltre, con gioia dobbiamo dire che, nonostante qualche smarrimento ogni tanto su alcuni punti – dove noi per primi ci siamo smarriti tante volte e da tanto tempo ci ragioniamo sopra -, abbiamo toccato con mano che, alla faccia di qualche gap linguistico,  il diritto naturale, e i processi di progettazione eunomici che dà lì si originano, hanno trovato terreno di condivisione comune. Questo è il segno che c’è voglia di tornare ad equilibri che mettano al centro il benessere nella sua globalità, ma non il benessere materiale bensì quello di sinergico di rapporto dell’uno con il tutto.
Questa è di fatto l’Europa vera, questo spaccato fa emergere la voglia concreta delle persone di cambiare ed interagire insieme per trovare nuovi percorsi di sostenibilità a partire dal basso, dalle singole azioni quotidiane e dalla responsabilità personale.

Crediamo che questa sia la via per tendere ad una direzione eunomica (la buona norma) e sappiamo che non esiste una soluzione univoca vincente ed universale, non ci sono strade giuste o sbagliate in assoluto, ci sono tanti percorsi che ci permettono di avviarci verso un processo di cambiamento, conoscerle e farle interagire è un modo per imparare a porsi le giuste domande. La domanda giusta è più importante della risposta.

Insieme, partendo da una base che miscela le nostre: energie, professionalità, idee, azioni singole, possiamo costruire qualcosa di nuovo, partendo da ciò che sappiamo, da ciò che già c’è di buono, per tendere verso ciò che non conosciamo ancora, o non del tutto, oppure che ancora manca e dobbiamo inventarlo.

La creatività, la capacità di mettersi in discussione ed in gioco per scardinare le gabbie e le rigidità che la società spesso ci impone non è certo una cosa automatica, sintomatica, nè veloce (vorrei lodare la saggia lentezza, quanti errori si possono evitare ponderando le cose senza agire di istinto e in immediatezza), ma quando vi è la volontà di provarci è un atto eunomico, nel senso di buona prassi, da lì poi, con pazienza e condivisione, le cose verranno.

Una giornata positiva, benedetta anche dall’energia della natura mistica d’Oropa oltre all’energia umana che ognuno dei presenti ha messo in campo,  che ci ha dato modo di interrogarci sul futuro insieme: condividendo si può avviare una riflessione globale sull'impronta che ognuno di noi, sotto sua responsabilità personale non cedibile, ha nei confronti di sé e del “tutto”.


A presto!







photos by B. Saccagno









lunedì 10 ottobre 2016

Una mela al giorno... un progetto di contorno




Con le prime avvisaglie di uno strano autunno dalla veste estiva, con il profumo dei ricordi di infanzia è iniziata in concreto una collaborazione progettuale, dedicata al territorio ed allo sviluppo di processi di economia sociale compartecipata, fra Eunomica ed Abitare Insieme Odv di Varallo.

Cosa c'entrano le mele, quelle vere, profumate, imperfette e gustose, con Eunomica?

Per strani incroci territoriali Eunomica viaggia ed incontra tante realtà ed è sempre disponibile a collaborare dove c'è il desiderio di sviluppare processi di economia sociale che valorizzino le risorse, cambino il modo di vedere le cose, si avvicinino al diritto naturale ed a modi di vivere che si pongano l'obiettivo di un benessere sociale a tutto campo che non trascuri nessuno.

Oggi tante cose stanno cambiando, nei venti di bufera, nelle buie gallerie, tante piccole luci si stanno accendendo ovunque, tante belle iniziative, tanti progetti, tanti cambiamenti...
E noi ci siamo, sempre pronti a creare sinergie, energie e lavorare sulle risorse partendo da budget zero.

L'importante è avere alla base un buona idea, una progettazione sociale compartecipata e collaborativa, la voglia di fare le cose insieme partendo da valori profondi.

Ed eccoci allora a disegnare un progetto che parte da un semplice pensiero, che è una constatazione di fatto, quante risorse rimangono inespresse e sono gratuitamente disponibili ed inseribili in un circuito di scambio basato su un giusto valore (per tutti gli elementi e gli attori coinvolti nel sistema economico che si genera)?

Moltissime.

Come si fa a metterle in circolo?

Basta molto poco, a volte solo un minimo scambio di valore concreto di attività. Ed, inoltre,
esiste una rete sul territorio nazionale con tante iniziative basate sullo stesso concetto, basta disegnarne una mappa, mettersi in connessione e le risorse possono viaggiare interscambiandosi, seguendo bisogni e desideri in un percorso molto ampio che accresce tutti.

Cosa potrebbe portare?

Tanto, molto purchè si generi un sistema condiviso che superi il concetto caritativo di attesa: tutti gli attori in campo si mettono in una situazione pro attiva, il fare, avendo un ritorno misurabile che è un valore che va oltre il semplice dare/avere ma è una sinergia che innesca un meccanismo più grande che si riflette su tutta la comunità coinvolta.

L'obiettivo è un benessere psicofisico, culturale, umano e sociale che migliora la qualità della vita e ritrova le radici concrete del nostro DNA sociale e territoriale, riancorandoci a rapporti umani, culturali, economici e sociali veri per una crescita equilibrata e attenta ai bisogni di tutti (pianeta compreso).

Così, il primo passo, lo abbiamo fatto, il prossimo è già in programma...




lunedì 12 settembre 2016

Intervista ad Enrico Marone

Vivere Sostenibile Alto Piemonte



Come e quando è nata la rivista gratuita Vivere Sostenibile Alto Piemonte?
Quali sono i valori che condivide, supporta e diffonde?

«L'edizione Alto Piemonte di Vivere Sostenibile ha pubblicato il suo primo numero a marzo di quest'anno. Il titolo naturalmente non è casuale, ma è l'elemento comune dei temi e dei valori che vogliamo trasmettere. In ambito bio-eco ma non solo, ci interessa diffondere la reale possibilità di vivere e far crescere un mondo che si basi su principi di giustizia, solidarietà, partecipazione, consapevolezza, cura del pianeta, eticità e quindi respinga quella visione puramente mercantile che ci ha regalato gli attuali disastri a livello non solo locale, ma planetario. Tutto questo all'interno del territorio del quale ci occupiamo, le province di Novara, Vercelli, Verbania e Biella».

Vivere Sostenibile Alto Piemonte è nata da poco ma ha già una bella diffusione e tanti contenuti interessanti:
Quali sono i vostri sogni per il presente ed il futuro?
Quanto coraggio, resilienza e passione ci vuole per intraprendere una strada coraggiosa e bellissima come la vostra?

«Siamo molto contenti per l'accoglienza che ha avuto tra i cittadini.
È una rivista che viene richiesta e questo è un ottimo segnale. L'impegno necessario per produrre un giornale con contenuti interessanti e vari è notevole, ci lavoriamo in tre ma praticamente a tempo pieno e con pieno intendo anche i giorni festivi. Uno degli elementi più importanti credo sia la curiosità, la voglia di conoscere realtà, persone ed attività che costellano il nostro territorio e che è importante far conoscere senza preconcetti. Saranno poi i lettori che potranno valutare e se interessati approfondire.
Tutto ciò comporta necessariamente una ricerca, il contatto, la comprensione e poi il lavoro editoriale successivo. Sì c'è anche una parte di coraggio in tutto questo, in particolare legato al fatto di essere ciò che sentiamo di essere, esplorare ciò che incontriamo sulla nostra strada, insomma il coraggio di essere veri. Impegnativo ma vi assicuro che ci si sente meglio».

Eco-rivista indipendente e gratuita”, una sfida per nulla facile anzi complessa ma sicuramente intrigante. Oggi tutti i giornali sono in crisi, la carta stampata si legge sempre meno eppure è ancora prezioso strumento di comunicazione e i giornali sul Web, in Italia, stentano a decollare in alta quota.
Quali sono le problematiche che quotidianamente vi trovate ad affrontare nel mondo dell’editoria indipendente offrendo un servizio di educazione e di cultura donato in gratuità ai lettori, che possono anche leggere l’edizione digitale on line o riceverla via mail, e quali invece le opportunità e/o i vantaggi?

«”Eco-rivista indipendente e gratuita” aggettivi che si collegano sicuramente al tema del coraggio. Quando abbiamo cominciato anche noi avevamo un po' di timore a portare sul territorio una rivista cartacea, ma dalle testimonianze e risposte che abbiamo dai nostri lettori, Vivere Sostenibile piace proprio perché è su carta. L'elemento della gratuità è poi un'aggiunta che inizialmente ha colto di sorpresa i lettori, penso per il sospetto che un giornale gratuito avesse poco da dire, ma siccome noi curiamo particolarmente i contenuti, ben presto anche questo ostacolo è stato superato. Come dicevo prima le persone vogliono leggere la rivista è questo per noi è un bel premio. Altro elemento che vorrei far notare è la stampa su carta riciclata che su un formato da quotidiano come il nostro, ha comportato la ricerca di una tipografia con impianti che potessero stamparla con buoni risultati. E purtroppo nel nostro mondo a rovescio, la carta riciclata che è sicuramente più rispettosa dell'ambiente, costa di più di quella standard. Essendo una rivista gratuita per i lettori, la sostenibilità economica passa inevitabilmente dal sostegno pubblicitario che nelle nostre zone stenta a crescere, ma che speriamo ci consenta di proseguire nell'avventura, tenendo conto che ci rivolgiamo ad un pubblico consapevole ed attendo ai temi e che la rivista si trova in distribuzione solo in punti da noi scelti sulla base della compatibilità tra attività e contenuti editoriali. Come piccoli editori indipendenti posso solo dire che ci si trova da soli ad affrontare qualsiasi problema burocratico-amministrativo-fiscale-economico, del resto temo che nonostante il nostro sia uno dei Paesi culla della civiltà, arte e cultura mondiale, non riesco a togliermi dalla testa quello che disse un noto politico anni fa: “con la cultura non si mangia”. Spero che riusciremo ad evolverci in fretta da questo livello così basso».

Vivere Sostenibile racconta il mondo della sostenibilità, un universo in crescita con un pubblico preparato, interessato ad approfondire, a cambiare seguendo un percorso di equilibrio e di rispetto verso il pianeta ma io credo innanzitutto verso sé stessi; prima è necessario consapevolizzare ed assumersi la responsabilità e poi si può affrontare il cammino del cambiamento.
Sebbene molto ci sia da fare, la velocità di crociera del cambiamento sia ancora slow, ci sia ancora tanta confusione e disinformazione o informazione confusa, a me, personalmente, pare che negli ultimi anni ci siano tanti segnali positivi sparsi in tutto il mondo che stanno tracciando delle strade sostenibili per un futuro migliore, a partire già da oggi. Gli esempi, le buone pratiche, le idee e i progetti concreti non mancano, forse c’è ancora troppa frammentazione.
Secondo il tuo personale vissuto qual è il quadro attuale della cultura della Sostenibilità?
E quali sono ancora i punti deboli da rafforzare per far crescere l’attenzione su stili di vita più sostenibili per il benessere diffuso?

«Sono d'accordo in linea di massima con la descrizione che hai fatto della situazione.
Ci siamo posti due obiettivi importanti come Vivere Sostenibile. Il primo è quello di essere una rivista di divulgazione dei temi, dando cioè le informazioni di base ai lettori per avvicinarli e cominciare a far conoscere gli argomenti. L'altro è quello di diventare un punto di incontro tra persone e/o gruppi che portano avanti interessi ed attività differenti, ma che hanno tutte quel filo conduttore, a volte poco visibile, che passa attraverso una visione del mondo e della relazione tra persone e pianeta molto diversa dall'attuale, più etica e giusta, più naturale e solidale.
Nonostante siamo nati da poco qualcosina in questo senso abbiamo contribuito a realizzarlo e spero tanto di poter proseguire in questa direzione, magari coinvolgendo anche le amministrazioni pubbliche che sono importanti gestori di servizi e risorse comuni.
Naturalmente i meccanismi consumistici stanno entrando in modo scomposto e disordinato in questi temi. Non si contano più i prodotti industriali che hanno da qualche parte nel nome i suffissi eco o bio ed anche gli aggettivi solidale ed etico sono a rischio di contaminazione da mercato. Ecco questa è una delle battaglie difficili, dare gli strumenti ai lettori per effettuare con consapevolezza le proprie scelte, senza farsi condizionare o ingannare da mode o pubblicità solo di immagine. C'è molto lavoro da fare, ma vedo che le persone sono sempre più attente».

La fiducia è uno dei valori fondamentali per ritrovare il senso di comunità e di apertura verso l’altro, che non è necessariamente il diverso ma semplicemente un individuo a noi vicino e prossimo, se non a volte il nostro vero “IO” non costretto da schemi sociali…  Oggi facciamo difficoltà a riconoscere ed a intraprendere una cultura dello scambio e della condivisione capace di generare un’energia reciproca che sviluppi il benessere valorizzando ogni singola unità. Ritrovare la fiducia, imparare a confrontarsi e a comprendersi, sommare e moltiplicare invece di dividere e sottrarre ci indirizzerebbero ad un miglioramento tangibile e sostenibile che ci farebbe comprendere quanto questa crisi “a tavolino” è superabile con estrema facilità. Sembra facile eppure la fiducia oggi latita, per fortuna non si fa di tutt’un erba un fascio: Luci vivide ci sono, ma nel generale ancora si stenta a “dare fiducia”.
Qual è la tua, la vostra, personale ricetta per alimentare e diffondere la fiducia e la positività per una transizione che porti ad un cambiamento davvero sostenibile?

«Conoscere diventa cruciale in questo ambito.
La consapevolezza mi permette di avere fiducia molto più facilmente perché mi dà gli strumenti per capire meglio chi mi sta di fronte e la qualità del suo agire. Non a caso i temi dei quali parliamo cominciano solo ora timidamente a fare capolino in Tv e spesso vengono trattati come argomenti folcloristici, risibili. Per esempio dopo la COP21 di Parigi che il nostro paese ha sottoscritto, a parte l'ottimo Luca Mercalli, avete ancora sentito parlare di cambiamenti climatici a livello scientifico e quali progetti ha il governo per contrastarli?
Come dicevo uno dei nostri obiettivi è comunicare e far comunicare tra loro settori, se così possiamo chiamarli, differenti tra loro. Quindi realizzare sinergie, collaborazioni per arrivare a creare catene sempre più lunghe che abbiano quei fattori positivi comuni nell'intero ciclo di un'attività, di un prodotto, di un progetto. Se dalla pianta di canapa coltivata biologicamente posso dare materiale per l'edilizia che realizzerà un centro giovanile, ho messo insieme un gruppo di attività virtuose, sane ed etiche che nessun prodotto industriale potrà eguagliare e nel contempo ho creato lavoro pulito sul territorio, ho diminuito l'impatto ambientale, ho magari evitato lo spopolamento di un paesino, ho dato un futuro ad un gruppo di giovani. Questo è solo un esempio del funzionamento di un mondo nuovo che ci piacerebbe contribuire a creare e dove la fiducia nell'altro diventa più facile, perché gli obiettivi di fondo sono in realtà gli stessi».

Il Web è un contenitore veloce e diffuso che immette contenuti e notizie a passo continuo eppure si può dire di trovarsi all’interno di un’era storica di grande disinformazione, dove il controllo sui contenuti è forte, vi è difficoltà ad accedere alle fonti e all’essenzialità della notizia e non è sempre facile distinguere la notizia vera dalla bufala; un meta mondo che si definisce sociale perché tutti - qui sarebbe da verificare il valore effettivo del pronome - possono accedervi e postarvi contenuti ed idee, sostituendosi o integrandosi ai giornalisti, con il risultato di creare spesso ancora più confusione perché si presta poca attenzione alle verifiche, che andrebbero sempre fatte, sulla veridicità o correttezza di ciò che si dice e viene pubblicato.
Qual è il tuo pensiero sulla comunicazione contemporanea?
E cosa significa oggi essere un giornalista?

«Internet è stata una reale rivoluzione nello scambio di informazioni nel XX secolo. Oggi ognuno di noi può cercare informazioni, talvolta anche scomode o di nicchia senza censure, almeno dalle nostre parti. E naturalmente può contribuire ad arricchire, con sue informazioni, la gigantesca banca dati che è la rete. Il risvolto della medaglia è che ovviamente la “qualità” del dato va sempre verificata con attenzione perché troppa informazione equivale a nessuna informazione. Verificare tale informazione talvolta è più difficile che non trovarla. Questo paradosso è di difficile soluzione.
Inoltre la rete è in continua evoluzione sia tecnologica sia a causa delle continue minacce alla sua indipendenza da parte di vari governi, degli interessi economici e dei mercati in ballo dalla pubblicità, al copyright, ai segreti industriali, fino alla pubblicazione di documenti scomodi, inquietanti e imbarazzanti per ricchi e potenti del pianeta.
Difficile destreggiarsi se non si ha una buona esperienza.
Noi poi siamo un paese dove la libertà di stampa non gode affatto di buona salute e vi invito a verificare sul sito di Reporters Without Borders (siamo al 77° posto!), quindi occorrerebbe un recupero di fiducia negli organi di stampa. E qui l'aggettivo indipendente che è stampato nel titolo della nostra rivista diventa importante e ci costringe ad un impegno anche in questo senso. Insomma da piccoli quali siamo, ci mettiamo la faccia e siamo in prima linea perché crediamo all'obiettivo di avere una informazione vera. Come rivista gratuita, ma di qualità, non ci possiamo permettere mancanze su questo punto, perché nel mondo che contribuiamo a creare ciò che dico equivale a ciò che vivo e le persone che ho di fronte hanno gli strumenti per verificarlo ogni giorno.
Questo crea il legame di fiducia, prezioso ed impegnativo da mantenere nello stesso tempo. Spero che i nostri lettori si accorgano di questo e che usino lo stesso metro per selezionare le informazioni che cercano».

Vivere Sostenibile Alto Piemonte è parte di un circuito di credito reciproco, perché avete fatto questa scelta e quali sono le vostre prospettive per potenziare il valore del vostra rivista attraverso, e con, questi strumenti?
«La sostenibilità per come vorremmo declinarla, comprende tutti gli ambiti ed anche quello economico ne è una parte. Anzi un'economia troppo spesso vista e subita solo come speculazione è all'origine di molti dei problemi che viviamo.
Come rivista siamo un'azienda e quindi siamo all'interno delle attuali regole fiscali ed economiche, ma dopo aver conosciuto Piemex abbiamo capito che potevamo aderire ad un sistema che si svincolava da queste “solite” regole e ci consentiva di mettere in pratica uno scambio di servizi e prodotti molto più interessante. Un meccanismo che escludendo il denaro, secondo me, consente di attivare altri valori più vicini al mondo che ci piacerebbe vivere e lasciare ai nostri figli. E poi ritorniamo al discorso “fiducia”, escludendo il denaro che in certi casi è un ostacolo, diventa più facile avere fiducia di chi ti sta davanti, all'interno di un circuito dove tutti siamo uguali e comunichiamo tra noi.
Credo che questa scelta dia un valore aggiuntivo alla nostra proposta editoriale, anche con questo dimostriamo di essere più veri e di vivere ciò che vorremmo.
Penso che questo contribuirà a migliorare la fiducia nei nostri confronti e con ciò aumentare le future collaborazioni».


lunedì 4 luglio 2016

Intervista a Edoardo Ghelma - GAS



GAS Borgosesia (Vc)


Per iniziare le va di sciogliere e spiegare in breve l’acronimo GAS?

«Significa "Gruppo di Acquisto Solidale". Semplicemente è un'associazione che riunisce un gruppo di famiglie con l'intento di acquistare prodotti di qualità, preferibilmente biologici, ad un prezzo scontato, possibilmente a Km Zero e con lo scopo, non secondario, di sostenere e incrementare lo sviluppo dei produttori locali».


Da quali bisogni ed esigenze è nato il Gruppo Acquisto Solidale di Borgosesia e come funziona?

«È nato per un bisogno di divulgare una cultura dell'alimentazione (e non solo) più sostenibile e naturale. Non trascurando il valore di fare cose condivise e socialmente aggreganti».

Ci potrebbe fare un breve identikit dei vostri aderenti? (Chi è, se c’è, l’aderente tipo del Vs GAS)

«La platea (circa 90 soci) è variegata. Dal vegano all'onnivoro. Tutti però accomunati principalmente dalla ricerca del "buono", del "sano" e del "territoriale. Ogni socio può proporre prodotti e articoli che, se condivisi, potrà gestire direttamente».

La partecipazione e la fiducia sono due elementi chiave per tutte le buone pratiche dell’economia solidale a base condivisa e compartecipata, questo comporta anche, di fatto, un ruolo attivo di cittadinanza che prevede l’assunzione di responsabilità e di impegno per la crescita e lo sviluppo di un “modello sostenibile”. Oggi in una società liquida e spesso superficiale non sembra semplice, quasi utopia, eppure è una realtà, solida ed in crescita, quella dell’economia solidale e della condivisione in tutte le sue forme. Quale futuro vede per l’economia della condivisione?

«Può sembrare un paradosso la crescita di aggregazioni come un GAS, in un mondo consumistico e in una società che si percepisce "galleggiante" nel vuoto. Non è così. Nei momenti di aridità bastano poche gocce d'acqua e i semi sani spunteranno dalla terra producendo germogli che faranno ben sperare in un futuro raccolto. Mai come ora, dal nostro osservatorio, percepiamo l'esigenza di condivisione e di formare gruppo. Senza eccessi di chiusure elitarie, la condivisione e l'esperienza aggregativa, saranno il motore per creare una coscienza collettiva più matura e solidale».

Aderire ad un gruppo di acquisto solidale non significa solamente dare valore ai prodotti Km 0 ma è un atto di economia solidale ed è una buona prassi sostenibile che nasce da una filosofia di vita più attenta alla qualità, alla cultura e alla conoscenza ed al valore del territorio. Sicuramente richiede un approfondimento delle informazioni e il superamento del sistema consumistico spinto attuale. Qual è, secondo lei, l’impatto economico che i GAS hanno sul territorio e sul suo contesto socio culturale? Vi sono elementi critici da migliorare per diffondere maggiormente questa buona pratica?

«La nostra dimensione piuttosto limitata incide modestamente sull'economia locale. Certamente ha fornito una boccata d'ossigeno a micro-produttori (per es. apicultori, produttori di formaggi e salumi freschi, produttori di mirtilli, produttori di patate, produttori di detersivi bio, etc.) tutti locali. Questa prassi introduce degli elementi di novità che un poco alla volta produrranno dei frutti. Per esempio: acquistiamo da un allevatore di bovini due capi all'anno per distribuire la carne ai soci. Abbiamo preteso, ottenendo la massima collaborazione, che i manzi allevati fossero alimentati esclusivamente da erbe di alpeggio e fieno, senza aggiunta di altri integratori. Questa operazione, oltre a fornire qualità, ha permesso di "educare" il produttore».

In un GAS molta importanza ha il produttore e la fiducia che gli si concede in base alla sua capacità di produrre secondo una logica sostenibile, locale e di qualità. In che modo scegliete e valutate i vostri produttori e come li fate conoscere ai vostri aderenti?

«Come ho risposto alla domanda precedente prima di acquistare i prodotti di un nuovo fornitore facciamo una verifica poi testiamo i prodotti e dettiamo alcune condizioni che, fino a d'ora, vengono rispettate. In alcuni casi facciamo testare i prodotti ai soci che riteniamo più "esperti" nel settore e ci atteniamo al loro giudizio. Non è comunque facile trovare il giusto rapporto qualità-prezzo su prodotti non locali quali: olio, agrumi, farine, noci, etc. per cui a volte ci affidiamo all'esperienza di altri GAS e all'affidabilità del fornitore».

Mi può dare la sua personale definizione di economia solidale e di consumo critico?

«Economia solidale esclude lo sfruttamento dell'uomo e della natura. Il consumo critico non "consuma" risorse».




B. Saccagno



mercoledì 4 maggio 2016

Intervista a Riccardo Biasetti

Avvocato

«Dacci la tua personale definizione di “diritto” e di “etica”».

«Il diritto è ciò che si stabilisce (o si riconosce) essere giusto, l’etica è ciò che è (o dovrebbe o sarebbe dovuta essere) l’essenza di ciò che si  stabilisce (o si riconosce) come diritto».

«Perché hai scelto di fare l’avvocato e quali prospettive intravedi per il futuro della professione in un contesto socio economico e culturale liquido che si sta trasformando a contorni sfuocati verso un cambiamento di rotta che si origina dal ‘basso’, che è in fermento ma ancora allo stato embrionale per avere delle prospezioni e proiezioni affidabili per il medio lungo termine?».

«Purtroppo non vedo nessun cambiamento di rotta che si origina dal basso, soprattutto per quanto riguarda la mia professione, che ho scelto per passione e inclinazioni personali.
Le prospettive sono quelle di una bipolarizzazione: da un lato chi ha ampio parco clienti e capitale da investire, dall’altro chi può principalmente offrire solo le proprie competenze professionali; con la costante progressione della gerarchizzazione/subordinazione tra i primi e i secondi e con l’erosione del numero di avvocati che riescono ad esercitare tenendosi fuori da questa dinamica». 

«Se dovessi rispondere a bruciapelo quali sono le 3 qualità che un ‘buon’ (qui inteso nel senso greco del termine) avvocato deve avere?».

«Equilibrio, intuito, prontezza».

«Tu come professionista fai parte di arcipelago Scec, quali ragioni ti hanno portato a scegliere questo percorso per valorizzare sia il tuo lavoro sia il valore umano all’interno di un contesto sociale condiviso e compartecipato?».

«Scec è l’acronimo di “solidarietà che cammina” e i principi etici sottesi alla circolazione degli Scec uniti alla pragmaticità e convenienza di tale sistema di scambio complementare   sono stati i motivi che mi hanno portato ad aderireentusiasticamente a tale piattaforma».

«Non si può nascondere che il sistema giuridico nei suoi meccanismi ha diverse pecche, libero di dissentire in toto ma di fatto migliorie per arrivare a snellire ed ottimizzare le risorse a vantaggio di tutti se ne potrebbero fare; dal punto di vista di un professionista quali accorgimenti o correttivi sarebbe necessario apportare quanto prima per migliorare il lavoro quotidiano nel campo della giustizia?».

«Approssimando per esigenze di sintesi, credo che occorra distinguere tra “sistema giuridico” inteso come ordinamento giuridico, nella sua totalità, “sistema giudiziario” ossia la “macchina che applica la legge” e “funzionamento del sistema giudiziario” ossia come in concreto questa macchina opera.
Tutti e tre i livelli possono e devono essere migliorati (non solo in Italia).
Al momento credo che l’accorgimento “più facile” da attuare e che può dare benefici già nel breve termine sia l’ulteriore potenziamento della digitalizzazione e delle comunicazioni telematiche».

«Proverbio dice “fatta la legge fatto l’inganno” quasi a ribadire che la legge è un incidente di percorso superabile con l’astuzia, giocando non sempre pulito, probabilmente un retaggio di esempi negativi che tutti i giorni si hanno sotto gli occhi, dei tanti divieti limitanti contenuti nelle norme e di casistiche generali che non colgono le particolarità che seppure piccole sono importanti; questo in un certo senso crea un clima di sfiducia verso ciò che invece dovrebbe non solo tutelarci ma aprirci le possibilità ‘di essere e di fare’. Sebbene non sia facile produrre una norma valida per tutti, così come non è automatico arrivare a modifiche in ‘positivo’, quali possono essere i processi per arrivare ad una progettazione del diritto compartecipata non a valore privativo e restrittivo ma costruttivo e quali sono gli strumenti che gli ‘uomini e donne di legge’ hanno a disposizione per non fermarsi alla mera applicazione automatica quando ritengono vi siano cambiamenti di apportare alla norma vigente?».

«Gli operatori del diritto non possono eludere le disposizioni di legge, possono solo applicarle interpretandole in conformità dei principi sottesi ad esse tenendo peraltro conto della gerarchia delle fonti normative e dei rimedi previsti in caso di dubbia costituzionalità o conformità al diritto dell’Unione Europea. In questo contesto si inserisce altresì la c.d. Interpretazione adeguatrice che non è elusione ma è applicazione, applicazione sensibile alle esigenze di tutela che costituiscono la ratio delle disposizioni già vigenti, generali o particolari che siano.   
Una progettazione compartecipata del diritto (intesa come progettazione di nuove disposizioni o di nuovi complessi normativi) può avvenire attraverso strumenti di partecipazione popolare, l’importante è che sia ben chiaro il fatto che limitatamente agli aspetti tecnici ci può essere un dibattito solo fra tecnici del diritto e non anche tra coloro che non lo sono».

«Ogni disciplina ha il suo vocabolario tecnico con significati e significanti ben precisi che ben di rado escono dal circolo elitario degli ‘addetti ai lavori’ e questo gioco forza genera confusione e distanze, soprattutto quando i termini tecnici vengono utilizzati in modo improprio e superficiale, come spesso capita. Nell’era digitale, da titoli improbabili e notizie sempre più frequenti ma di bassa qualità, quali sistemi si potrebbero sviluppare in modo semplice ed intuitivo per diffondere la cultura tecnica a favore della conoscenza e della consapevolezza che avrebbe l’indubbio vantaggio di comprendere senza incappare in errori macroscopici e campagne demagogiche false e tendenziose?».

«Se è vero che, come dicevo, un dibattito tecnico può solo avvenire tra addetti ai lavori è altresì vero che chi non lo è, e ha una cultura/istruzione media, è comunque in grado di conoscere e capire un glossario giuridico minimo, sufficiente a evitare molti fraintendimenti.   
Occorrerebbe un’opera di divulgazione mirata (soprattutto nelle scuole) e  delle avvertenze obbligatorie in calce agli articoli di cronaca giudiziaria che molto spesso giocano sulle ambiguità; un caso  frequente è quello in cui l’autore dell’articolo prospetta come stupro qualsiasi violenza sessuale, la quale, ai sensi dell’art. 609 bis codice penale, può consistere anche in un palpeggiamento indesiderato della coscia (fatto da punire  ma non certo assimilabile ad uno stupro) ; altra ipotesi tutt’altro che rara è quella in cui una sentenza di non doversi procedere per intervenuta prescrizione viene illustrata come sentenza di assoluzione».

«Oggi si potrebbe dire che è prassi rivolgersi all’avvocato solo in estrema ratio quando un danno è stato fatto o subito o per scontrarsi contro altri, sebbene a volte basterebbe buon senso e pacifica comunicazione, con il risultato di intasare i tribunali; quando forse la pena spendersi per promuovere la cultura della consulenza preventiva che permette di evitare processi e contenziosi che potrebbero essere risolti in maniera molto più semplice e ‘vantaggiosa’, a partire dal minor spreco di tempo e risorse. La consulenza preventiva potrebbe migliorare il rapporto diritto/cittadino a beneficio della comunità e favorire un percorso di dialogo ragionato più oculato?
Ritieni sarebbe opportuno favorire questo tipo di percorso, quali vantaggi potrebbe portare effettivamente, naturalmente se ritieni ne abbia? ».

«Sicuramente. È il miglior modo non solo per ridurre il  contenzioso giudiziario - evitando di  rivolgersi al legale solo quando si è già ricevuto un atto giudiziario e pertanto quando un procedimento giurisdizionale è già stato incardinato -  ma anche per migliorare la propria tutela: spesso ci si rivolge all’avvocato quando è troppo tardi ossia quando poteri che potevano essere legittimamente esercitati - non necessariamente in sede giudiziaria -  si sono prescritti  o non possono più in concreto essere esperiti».  

«Ed infine caro avvocato quali sono i valori aggiunti ed il potenziale esprimibile che il diritto può apportare per partecipare ad una costruzione sinergica di un processo di riprogettazione sociale a 360° che abbia come obiettivo l'equilibrio ed il benessere a vantaggio di ogni singolo individuo e del pianeta?».

«Pensare che il diritto possa dare un valore aggiunto ad una riprogettazione sociale radicale, significa pensare che esso si ponga in una relazione accessoria rispetto alla società, un qualcosa in più che può essere dato ad essa. In realtà si tratta invece di una totale compenetrazione.
Un brocardo recita ubi societas ibi ius, ubi ius ibi societas . Non esiste società senza diritto ma non esiste nemmeno il diritto senza una società, in quanto il diritto è relazione. Occorre un diritto sano in modo che la società si sviluppi in maniera sana ed occorre una società sana in maniera tale che essa possa esprimere un diritto altrettanto sano.
Laddove c’è un accordo (anche tacito) c’è diritto, laddove c’è  consuetudine c’è  diritto,  la riprogettazione sociale è essa stessa diritto».




mercoledì 9 marzo 2016

Facciamo il punto

Electricitas, progetto storico di Luciano Maciotta in collaborazione con Eunomica , è un esperimento d’arte in continuo divenire sin dalle sue origini; dalla prima presentazione ufficiale a Pria 2013, si è arricchito e trasformato delineando le sue “forme” sulla base dell’acquisizione di dati che forniscono altri spunti e nuovi pensieri.

In questi anni, in modo costante, si è proceduto ad incrementare il progetto e a sperimentare l’installazione, prima realizzando il motore su modello originale Poggendorff del 1870 (modificato secondo le proprie esigenze tecniche), poi testandolo in open air, analiazzando le prestazioni del motore connesso ad pallone di piccole dimensioni insufflato ad elio e lanciato in aria, questo per comprendere nella realtà come avrebbe risposto Electricitas: quali problematiche si sarebbero dovute affrontare aumentano la scala di realizzazione e la salita in quota?

Un’installazione semplice eppure delicata che richiede tanto studio e attenzioni per arrivare al risultato artistico e scientifico in piena sicurezza.

Ogni passaggio, ogni piccolo passo in avanti, richiede per necessità il doversi fermare a ragionare sul progetto stesso, che come avrete visto si è modificato in corso d’opera, proprio per adeguarsi al percorso.

Il documento chiave di progettazione poi deve conformarsi alle linee guida progettuali europee, ben indicate anche dalla guida ACRI, perché è necessario fare ordine e razionalizzare al meglio risorse, bisogni e potenziare le opportunità, in due anni e mezzo molte cose sono cambiate e le revisioni sono quanto mai necessarie e funzionali.

Naturalmente, in parallelo, si è costruita la rete amministrativa di partnership locali, che sono essenziali per un respiro compartecipato e più ampio, come richiedono i progetti culturali, sempre più attivamente obbligati a tessere grandi reti, ma ciò vale anche per quelli industriali e di ricerca: è fondamentale aggiungere tasselli seguendo una logica di razionalizzazione di risorse
Le risorse s’intendono non esclusivamente erogazioni in denaro ma prestazioni di beni e servizi messi a disposizione per fasi circoscritte e ben delineate di progetto, sulla base di una costruzione effettivamente compartecipata e sinergica. 
Questi sono “valori” monetizzabili perché accrescono il progetto rendendolo possibile.

Il Comune di Veglio, che è partner progettuale, appoggia i nostri passi amministrativi, grazie a questa sinergia abbiamo individuato lo spazio, ottenuto i patrocini a vari gradi (Comune, Provincia, Regione e Atl Biella) e una collaborazione privata per l’evento in loco.
Ogni singola risorsa messa in campo diventa valore aggiunto concretamente monetizzabile, prassi assodata in ambito progettuale perché è potenziatore di valore anche in assenza di moneta, sempre meno disponibile.

Integrare le risorse attraverso una rete responsabile è un valore contabilizzabile alla voce cofinanziamento perché effettivamente aggiunge risorse utilizzabili, senza la compartecipazione attiva sarebbero costi non sopportabili; per potenziare ulteriormente le risorse Eunomica ha aderito ad Arcipelago Scec, che è un volano sostenibile e concreto per la progettualità e l'economia "per tutta la società".

Questa crescita rende più facile la partecipazione ai bandi, seppure si presentano alcune problematiche legate al volume percentuale del cofinanziamento, ma questa opzione in fase di valutazione richiede comunque una nuova revisione del business plan e del diagramma di Gant, a partire da una revisionata Swot che doveva essere riaggiornata registrando i passi in avanti e per risolvere nuove questioni.

A fronte dei nuovi dati e della misurazione delle performance del motore vi è poi da valutare se continuare sulla strada esclusiva della cultura oppure aprirsi ai bandi di alta innovazione, questi inseriti nella zona “alto rischio” presentano molte complessità in materia reperimento risorse necessarie, proprio perché non prevedono erogazioni a fondo perduto e, inoltre, si tratta di un vero percorso di avviamento imprenditoriale, molto diverso dai progetti culturali e sociali.

Mettere sul piatto pro e contro, dubbi e valori riteniamo sia importante, ogni passaggio per Electricitas è stato una svolta, che ha sempre richiesto di fermarsi un attimo a ragionare; il tempo è fondamentale perché i parametri da valutare sono molti, sebbene non tutti siano immediatamente visibili ai non addetti ai lavori.

Per questo abbiamo riordinato azioni, risorse e valutato il valore (ed il valore aggiunto senza il quale non si sarebbe potuto procedere fino ad ora) di quanto sin qui fatto, inserendo ogni singolo passaggio sull’asse cronotemporale. Il calcolo di valutazione è uno dei parametri essenziali per la programmazione futura.

Abbiamo, inoltre, ripreparato una scheda tecnica per descrivere il progetto evoluto, se ci guardiamo indietro abbiamo fatto passi da giganti rispetto a quella che era solo “idea”.

Quali passi prossimi?
Analisi.
Delineazione degli obiettivi strategici aggiornati.
Valutazione.

Intanto, stiamo sempre in movimento per allargare la rete, siamo in contatto con altri “possibili” partner di progetto, che siano disposti a partecipare con la loro professionalità, ma per definire al meglio il “come” stiamo attendendo lo studio di alcuni dati tecnici da poco acquisiti.
Electricitas è sempre in continuo movimento, anche ora non è fermo, anzi, è in analisi di check up completa, presto vi aggiorneremo.

Una cosa certa è che nell’aria una carica elettrica esiste, si può catturare e portare a terra per generare energia cinetica, cosa sia davvero questa “elettricità” però, ad oggi, ancora non lo sappiamo ma possiamo dirvi che è un potenziale che meriterebbe più attenzione e approfondimenti.









B. Saccagno